15 dicembre 2017

Il volto del nemico



Il volto del nemico
Giornalisti, sondaggisti, politici e antifascisti di mestiere confermano l'incredibile: il Pericolo è tornato. Il cadavere del fascismo è pronto a travolgere la democrazia italiana in un'onda (d'irrilevanza) nera. E se i veri nemici fossero altri?

di Alessio Mannino 

L’onda nera del neo-fascismo minaccia la libertà della democrazia italiana? Non facciamo ridere. I colleghi della Repubblica e dell’Espresso, vittime di fumogeni e proclami mediatici, se si attenessero ai nudi dati dei partitini e gruppuscoli che si rifanno più o meno esplicitamente al nazifascismo, scoprirebbero che stiamo parlando di percentuali da albumina. La ben orchestrata campagna di stampa sul pericolo del virus nostalgico è solo l’ultimo scampolo della sindrome ectoplasmatica di un antifascismo a scoppio ritardato. Ossia resuscitare di tanto in tanto lo spauracchio fascista, ingigantendo alla n volte l’entità di un fenomeno marginale e macchiettistico. E così regalandogli un’enorme pubblicità gratis.

A certi politici e financo storici che ragionano come i gamberi andrebbe ricordato che le condizioni che portarono alla sottovalutazione di Mussolini e camerati sono completamente differenti dagli eventi in cui ci troviamo oggi: non siamo reduci da una prima, traumatica, devastante guerra mondiale; la lotta politica non si consuma in una guerriglia civile con formazioni squadriste organizzate e tollerate dall’autorità; e a parte i fanatici islamisti, non c’è un giovane disposto a versare una goccia di sangue per un’idea giusta o sbagliata che sia di patria o rivoluzione. Abbiamo a che fare invece con un’ultraminoranza di associazioni che si eccitano con il culto di un passato ottantennale, condannandosi all’irrilevanza proprio per continuare a mestarlo e rimestarlo, incapaci come sono di abbandonare un immaginario di miti, riti e simboli che non ha più alcun legame vivo e attuale con la realtà. E’ la cocaina totalitaria che il dissociato amante dell’estremo sniffa per colmare il vuoto di un’ideologia vitale, adatta al presente e radicata nelle questioni di oggi – e beninteso che rimanga radicale negli obiettivi e nei metodi, senza vendersi al pensiero unico liberale.

I fascisti del 2000 hanno il loro specchio negli antifascisti che vedono quel che non c’è. E cioè un fascismo vecchio stampo che non potrà tornare neanche sotto mentite spoglie, poiché nessuno oggigiorno accetterebbe mai uno Stato di polizia con un dittatore che fa e disfa in barba ad un ordine internazionale-gabbia, in cui tutti i popoli sono connessi nell’abbraccio mortale della globalizzazione finanziaria (perfino CasaPound che è la meno “passatista” di tutte, non recide il cordone ombelicale con le sacre memorie, e questo nonostante il dinamismo e la creatività fin qui dimostrata). Per il resto, se un qualsiasi individuo commette un atto illegale o usa la violenza per imporre le proprie idee va fatto scattare il codice penale, chiuso il discorso.


Laura Boldrini e Carla Nespolo

Dipingere di nero fascio il quadro è un collaudato metodo per non guardare in faccia il nemico principale. Questo lo aveva già capito il vecchio Amadeo Bordiga, fondatore con Gramsci del Partito Comunista nel 1921, che negli anni Anni Cinquanta dello scorso secolo metteva in guardia l’allora sinistra dallo sviare l’attenzione dall’avversario da abbattere, il capitalismo, concentrandosi troppo su un antifascismo di maniera, pienamente sensato dal 1922 al 1945, e volendo ancora nell’immediato dopoguerra, ma non dopo, se non come riferimento ideale ai padri.

Siamo ancora lì. I ragazzi che in totale buona fede manifestano nel 2017 contro l’eterno ritorno del fascismo sono sistematicamente ed artatamente fatti distrarre, sprecandone l’energia, dall’oppressione attiva e operante che da decenni ci rende subdolamente schiavi: il Potere delle banche dominatrici del denaro, che è il sangue circolante di una società fondata sul mercimonio di ogni cosa, esseri umani compresi. Complici e compari i governi ammanicati con i vampiri, specie oltreoceano ma non solo (che cos’è la petromonarchiasaudita, se non un assolutismo puntellato di religione ma impastata di puro Capitale?).

Amadeo Bordiga
(1889/1970)

Ironia della storiaccia, per accendere una lampadina basterebbe leggersi, fra gli innumerevoli esempi, l’ultimo numero del settimanale L’Espresso in edicola, che in un documentatissimo e inquietante articolo di Paolo Biondani e Luca Piana spiega come il colosso bancario Deutsche Bank nel 2011 compì una brutale speculazione di miliardi di euro sui titoli italiani facendoci rischiare di finire come la Grecia. La procura di Trani ha aperto un’inchiesta, poi passata a Milano. Ma questa non è, o meglio, non dovrebbe essere roba da tribunali. Ma da sollevazione popolare. Che le cricche di finanzieri in completo grisaglia abbiano anche solo la possibilità di stravolgere la vita di un popolo, dei cittadini comuni che si sfiancano a tirare avanti la baracca esponendo il frutto delle proprie fatiche alla ruota infernale delle Borse e degli spread, è di per sé un fatto politicamente criminale. Tale da appenderli, questi rettili, al più alto pennone.

E siccome lo spettacolo della destra che contende il parlamento alla sinistra è solo il circo dietro cui si nascondono i centri di strapotere monetario e geopolitico che condizionano la sovranità degli Stati (lo spudorato “vincolo esterno” Ue-Fmi-Bce), il vero mostro liberticida che in questo stesso momento ci asservisce alle sue logiche e disegni di controllo si chiama Francoforte, si chiama City di Londra, si chiama Wall Street, si chiama Washington, si chiama piani alti dei vitrei e cupi grattacieli dei banksters e dei complessi militar-finanziari. Sono le cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie), cioè J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa, e i cinque istituti di credito, ovvero Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas, che hanno in pancia il 90% del totale dei titoli derivati, la fetta più grossa dell’intero mercato globale delle transazioni.


Uno studio dell’Istituto Svizzero di Tecnologia pubblicato qualche anno fa sulla rivista scientifica New Scientist scoprì che mettendo ai raggi X il groviglio di partecipazioni incrociate nella proprietà di tutte le 43.060 multinazionali presenti al mondo (su un database di 37 milioni di società, l’Orbis, risalente al 2007), è possibile enucleare un gruppo privilegiato di 1.318 investitori che detiene il 60% dell’economia reale del mondo, mobiliare e manifatturiera. Districandosi nei meandri degli assetti proprietari, i ricercatori hanno individuato un gruppo ancora più ristretto di nomi ancora più legati fra loro. In breve, il risultato finale vede 147 soggetti controllare il 40% della ricchezza industriale del pianeta. Meno dell’1% è a capo dell’intero intreccio. È composto per la maggior parte, guarda caso, da banche e fondi d’investimento. Gli stessi di sempre: Barclays, JP Morgan Chase, Ubs, Merryl Lynch, Deutsche Bank, Credit Suisse, Goldman Sachs, Bank of America, Unicredit, Bnp Paribas. I nodi di questa sorta di consiglio supremo della finanza non deve far pensare a una cupola stile Spectre: un numero tale, 147, è ancora troppo elevato per concludere che si muovano in una collusione scientifica. All’interno le rivalità e i contrasti d’interesse li dividono, contrapponendone le strategie e tenendo l’umanità in ostaggio di forze su cui nessuno può apporre la sua brava crocetta elettorale. E’ l’élite tecnocratica e la “global class” che in mano hanno i fili dell’economia mondiale. Questo è accertato e accertabile.

Sono questi i nemici. Che ci tolgono, senza che neppure ci facciamo caso, la libertà di autodeterminarci come popoli. Al loro confronto, le teste rapate il cui razzismo fa vomitare – e ditelo che siete razzisti, piuttosto che limitarvi a denunciare, anche con buone e solide ragioni, l’immigrazionismo – sono la foglia di fico perfetta per quegli antifascisti che non hanno mai letto Pasolini. E hanno tragicomicamentedimenticato la lezione di Bordiga. Ammesso che sappiano chi sia.


12 dicembre 2017



di Andrea Scaraglino

Trame nere

L’antifascismo da operetta risulta ormai l’ultimo ridotto di una parte politica che ha tradito e massacrato il suo storico riferimento sociale.

Così cantavano, negli anni Settanta, Gli Amici del Vento: “Trama nera, trama nera, sol con te si fa carriera, trama nera, trama nera tu dai la felicità”. A quasi quarant’anni dalla prima stesura, stona l’attualità di questi versi. Ma la cronaca degli ultimi giorni non perdona, te li fa tornare in mente in ogni momento. Dal web, passando per radio e giornali, fino ad arrivare alla televisione la litania è sempre la stessa.

Il pericolo nero, l’onda nera vengono propinati come l’esigenza primaria da affrontare, come l’unico pericolo esistente. E del resto, non può essere che così, vista la resurrezione del cadavere più nobile della politica italiana. Come un novello Lazzaro, la sinistra ritrova consistenza e unità solo rivangando i fantasmi di un passato lontano e anacronistico.


Prima colpevole, con le sue fittizie e personalissime divisioni, della macelleria sociale che dilania e annichilisce la nostra società, rivive solo come pantomima di se stessa. Ed ecco che il miracolo avviene, dopo anni è possibile rivedere, in quel di Como, le bandiere del partito di governo e quelle del Partito Comunista dei Lavoratori, leggere le pagine dei blog dei centri sociali e scambiarle per quelle di Repubblica. Tutte le differenze vengono accantonate, l’articolo 18, lo ius soli, i diritti civili, le pensioni, la denatalità da rimpolpare con l’immigrazione, tutto passa in secondo piano di fronte al pericolo nero.

Un pericolo, è giusto ricordarlo, evanescente, ridicolo, buffonesco che con la sua sola caricaturale esistenza permette ad un ‘altrettanta cialtronesca controparte di continuare ad esistere. Piange il cuore a pensarlo, ma è innegabile che la sinistra italiana esiste, oramai, solo in funzione anti qualcosa, solo in campagna elettorale, solo per nascondere il suo tradimento della “classe proletaria”. Un lungo e inglorioso crepuscolo quello della sinistra italiana che ieri come oggi è costretta a fabbricarsi dei nemici per poter continuare a giustificare le proprie colpe e i propri stipendi.

“Trama nera, trama nera, sol con te si fa carriera, trama nera, trama nera tu dai la felicità”

La verità sui Bitcoin: tutto quello che dovremmo sapere ma che non ci dicono



di Paolo Savona

La gente si domanda che cosa sia questa nuova follia finanziaria dei Bitcoin. Per taluni, la curiosità di sapere maschera il desiderio di acquistarli. Se così fosse, l’unico suggerimento da dare a costoro è “tenetevi alla larga”.

I Bitcoin sono il nulla che ha radici nell’abilità dei pochi e nella credibilità dei molti. Nati come moneta sostitutiva di quella legale, cioè con dietro uno Stato e le sue leggi, è diventata uno strumento per speculare, dove vince chi è più abile a entrare a prezzi bassi e uscire quando si innalzano. Essi vivono perché una fascia per ora ristretta del Pianeta li considera mezzo di scambio (ossia moneta da usare nei pagamenti), serbatoio di valori (dove tenere i risparmi) e strumento liberatorio dei debiti (ossia strumento riconosciuto a tal fine).

I Bitcoin assolvono la prima funzione in modo per ora limitato e la seconda con molti e crescenti rischi, ma non la terza, perché la legge non li riconosce come tali; la miopia delle autorità va però legittimandone l’esistenza introducendo l’obbligo di trasparenza a fini fiscali e accettando l’avvio di contratti (i derivati future) sugli stessi, caricandosi di responsabilità sulla loro esistenza senza domandarsi che cosa faranno se la speculazione inverte il suo andamento e la magistratura si trovasse di fronte a un caso di contestazione sulla legittimità di un debito saldato con Bitcoin.



L’esistenza dei Bitcoin è il risultato di un programma (protocollo), il Blockchain (letteralmente “catena bloccata”), che opera in modo decentralizzato su grandi computer e ha la proprietà di essere trasparente e sicuro, ossia registra e mette a disposizione ogni operazione compiuta da un singolo individuo senza che altri possono conoscerla. Esso è stato messo a punto da un ingegno come quello di Ulisse (conosciuto come Nakamoto) che se a Polifemo di essere “Nessuno”. Per questa caratteristica di impenetrabilità vengono attratti nel meccanismo fondi leciti e illeciti in cerca di anonimato.

Poiché la nascita dei Bitcoin richiede procedure complesse (chiamate “miniere” e gli autori “minatori”) e Nakamoto-Ulisse ha stabilito un limite alla loro circolazione in 21 milioni di unità, alla crescita della domanda non segue un pari aumento dell’offerta e i prezzi si impennano. Quello che sta avvenendo, ma sul nulla, perché dietro non c’è né attività reale che ne giustifichi il valore, né un’autorità che li protegga. Lo ripeto, vivono perché i possessori lo vogliono e altri lo consentono.

È uno strumento monetario e finanziario basato sulla convenzione spontanea tra partecipanti al meccanismo telematico. Oggi la logica di questa convenzione-convinzione è la scommessa che il meccanismo possa continuare a funzionare creando benefici senza alcun problema, che invece esiste. Se dovesse venire meno, chi paga le conseguenze, dato che le autorità avrebbero dovuto intervenire?

La risposta più comoda è che “i ricchi e i criminali si scornino tra loro”, se non fosse che ogni crisi nata da mancanza di regole causa gravi conseguenze all’economia, come ha dimostrato la Grande recessione nata dall’”esuberanza irrazionale” della finanza americana e globale con i derivati dei crediti non buoni (subprime credit) contro la quale si è scontrato il mondo, con una particolare incidenza per Italia che aveva le mani legate dalle istituzioni europee “zoppe” (il termine è di Carlo Azeglio Ciampi).

Il sistema della moneta telematica va governato per tempo affinché non sfugga di mano, se già non è accaduto l’irreparabile. Infatti ai Bitcoin si sono aggiunte altre monete connotate come criptocurrency (criptovalute), dalla caratteristica del protocollo Blockchain che è scritto criptato, ossia in modo tale che solo chi è autorizzato a farlo può leggerlo e, nel loro caso, solo chi li possiede. Ricordando la frase di Einstein che ciò che non riesci a fare oggi, lo farà qualcuno domani e, pensando al successo di Turing nel decriptare i messaggi nazisti, prima o dopo può accadere che il monopolio della conoscenza da parte dei singoli individui venga meno.

Il secondo punto, ancora più preoccupante, è che la sovranità monetaria passa dalle mani dello Stato a quelle dei privati, che secoli di storia indicano non abbiano capacità di autocontrollo; abbandonata la moneta in forma metallica (oro e argento), quella cartaccia (il circolante che abbiamo in tasca) e scritturale (i depositi bancari), essa è ora in forma telematica (bit di computer) e può essere creata in quantità infinita; perciò deve essere controllata da autorità che operano su delega dai Parlamenti, some le banche centrali o i Ministri del Tesoro. Quattordici banche globali stanno mettendo a punto una loro moneta elettronica che espropria la sovranità monetaria degli Stati; di conseguenza l’economica non sarà più controllata da leggi, ma dalla volontà dei loro manager.

La Russia ha già deciso di recuperare la sovranità creando il criptorublo. Olanda e Danimarca stanno studiando di farlo. Stati Uniti e Regno Unito si sono invece limitati a imporre la trasparenza fiscale e legale, una via che l’Italia sta percorrendo, ma in modo blando. Il problema non è quello di raggiungere lo scopo di far rispettare le leggi tributarie e lottare contro la criminalità, cosa sacrosanta, ma garantire che l’aumento dei prezzi sia sotto il controllo dei Parlamenti in nome della “no taxation without representation”, non può esservi un’imposizione fiscale fuori dagli organi della democrazia, come sarebbe il caso dell’inflazione, la tassa occulta sui poveri.

Tratto da: ComeDonChisciotte

Dati inquietanti sulla rete e i bambini: sapete, nel mondo, quanti utenti sono bambini?


Pedopornografia: il 53% delle vittime ha 10 anni o meno
di Luana Pollini

L’allarme è contenuto nell’ultimo rapporto dell’Unicef su web e minori

Dall’Unicef arriva l’ennesimo allarme sul rapporto fra web e pedopornografia. Secondo il rapporto “Condizione dell’infanzia nel mondo 2017: figli dell’era digitale” il 53% dei bambini abusati e sfruttati per produrre contenuti hard ha 10 anni o meno.

Un dato “sconcertante, ma allo stesso tempo inferiore al 69% del 2015” sottolinea l’agenzia Onu per i diritti dell’infanzia. E’ in aumento, tuttavia, il numero di immagini di bambini dagli 11 ai 15 anni: dal 30% nel 2015 al 45% nel 2016.

E 9 Url con contenuti pedopornografici su 10 identificati a livello mondiale sono localizzati in 5 Paesi: Canada, Francia, Olanda, Russia e Usa.
Web e minori

Più in generale il rapporto racconta l’utilizzo di internet da parte dei minori. Nel mondo un utente su 3 è un bambino. Eppure è stato fatto “troppo poco” per proteggere i più piccoli dai pericoli del mondo digitale e per aumentare il loro accesso a contenuti sicuri online. I giovani rappresentano il gruppo di età più connesso. Nel mondo, il 71% di loro è online, comparato al 48% della popolazione totale. Quelli africani sono però i meno connessi, con circa 3 giovani su 5 offline, a fronte di solo 1 su 25 in Europa.
Digital divide

E se la tecnologia digitale può offrire benefici ai bambini più svantaggiati, aumentando il loro accesso alle informazioni, il rapporto rivela che milioni di ragazzi stanno perdendo questa opportunità: circa un terzo dei giovani del mondo – 346 milioni – non sono online, aggravando le disuguaglianze e riducendo la capacità dei bambini di partecipare a un’economia sempre più digital. Circa il 56% di tutti i siti web sono in inglese e molti bambini non possono trovare contenuti che comprendono o che siano culturalmente rilevanti. Esiste anche un divario di genere. A livello globale, nel 2017 ha usato internet il 12% in più degli uomini rispetto alle donne. In India, meno di un terzo degli utenti di internet sono donne.

Fonte: interris

Irlanda: Amnesty accusata di ricevere fondi illeciti da Soros. Indovinate per fare cosa?



di Federico Cenci

Irlanda: Amnesty accusata di ricevere fondi illeciti da Soros. Indovinate per fare cosa?

Un’agenzia governativa ha chiesto di restituire le sovvenzioni ricevute per promuovere l’aborto

La campagna di Amnesty International per rendere meno restrittiva la legge sull’aborto in Irlanda, potrebbe essere stata alimentata da denaro ricevuto in modo illecito dalla Fondazione Open Society di George Soros. Si tratterebbe di una cifra intorno ai 150mila dollari (circa 127mila euro). Lo scandalo, che sta catalizzando le attenzioni dell’opinione pubblica irlandese in questi giorni, nasce a seguito di una petizione lanciata a novembre da CitizenGo. La piattaforma on-line aveva segnalato la formale accusa dell’agenzia governativa di vigilanza sull’elargizione di fondi, la Sipo (Standars in Public Office Commission), nei confronti di Amnesty, per aver violato la legge sui finanziamenti a “scopi politici”. L’organizzazione umanitaria avrebbe, infatti, ricevuto sovvenzioni da enti stranieri non direttamente operanti nel Paese.
La campagna per l’aborto

Era stata la stessa Amnesty Ireland ad aver reso noto sul proprio sito internet di aver ricevuto donazioni da parte della Fondazione Open Society di George Soros per finanziare “It’s time”, la campagna verso il referendum sulla depenalizzazione dell’aborto del prossimo maggio 2018. L’azione di lobbying da parte della Fondazione del noto finanziere si sarebbe, tuttavia, scontrata con la legislazione irlandese, la quale vieta finanziamenti superiori a 100 euro di natura politica provenienti da enti che non abbiano in Irlanda alcuna sede. E la Open Society non ha alcuna sede in Irlanda.

Ora l’agenzia governativa ha chiesto all’ufficio di Dublino di Amnesty di restituire i 150mila dollari ricevuti. Le indagini avrebbero riguardato altre due associazioni abortiste locali risultate anch’esse beneficiarie dei fondi di Soros dopo la diffusione di documenti riservati dell’Open Society, in cui si affermava tra l’altro che “con una delle leggi sull’aborto più restrittive del mondo, una vittoria in Irlanda impatterebbe anche in altri Paesi molto Cattolici in Europa, come la Polonia, e proverebbe ancor più che un cambiamento è possibile anche in Paesi fortemente conservatori”.
La difesa di Amnesty

Dal canto suo, Amnesty Ireland si è difesa per bocca del suo amministratore delegato, Colm O’Gorman, che ha dichiarato all’Irish Times: “Ci viene chiesto di rispettare una legge che viola i diritti umani, e non possiamo farlo”. O’Gorman ha sottolineato che nel 2016, una prima indagine del Sipo non aveva rilevato nulla di illecito. Secondo il rappresentante di Amnesty in Irlanda, l’agenzia governativa avrebbe oggi ricevuto pressioni da CitizenGo.

In una nota di Amnesty, l’amministrazione delegato ha quindi lanciato una dura accusa: “L’Irlanda sta prendendo di mira Amnesty International esclusivamente per il suo lavoro sui diritti umani“. E ancora: “Amnesty International non rispetterà le istruzioni del Sipoc e userà tutti i mezzi a sua disposizione per contestare questa legge ingiusta“.
L’ambiguo ruolo di Open Society

Non è la prima volta che la Fondazione Open Society si trova al centro di controverse vicende. Tra le organizzazioni più influenti e ricche al mondo, eroga fondi – come si legge in questo documento redatto dall’organizzazione stessa – per sostenere in Europa attività considerate “benefiche” che vanno dalla sensibilizzazione a favore dei diritti lgbt a quelli dei migranti, passando appunto per le campagne pro-aborto. Ma la Open Society è stata spesso accusata di “minare la democrazia” in Paesi membri dell’Unione Europea. Accuse, tuttavia, sempre respinte dalla Fondazione di George Soros.

Sul tema è intervenuto Filippo Savarese, responsabile CitizenGo Italia. “È la seconda volta che CitizenGo intralcia le colonizzazioni ideologiche in tutto il mondo della Fondazione di Soros – ha detto a In Terris -. Era già successo in occasione del tour in Sud America del nostro Bus anti-Gender. CitizenGo si candida volentieri a diventare l’anti-Soros per difendere ovunque i valori della Vita, della Famiglia e della Libertà educativa”.

Fonte: interris

Ecco come le banche guadagnano anche con il Natale dei poveri italiani


Ecco come le banche guadagnano anche con il Natale dei poveri italiani

La metà degli intervistati chiederà un importo di almeno 2 mila euro

Il Natale si avvicina a grandi passi e per far fronte ai costi legati a regali, cenoni, feste e vacanze invernali, molti italiani hanno valutato l’opzione di chiedere un prestito personale o di ripiegare verso un pagamento rateale.

Il sondaggio. E’ quanto emerge da un sondaggio realizato da Facile.it e Prestiti.it. Un italiano su 4 – ossia circa il 24 per cento degli intervistati – si affiderà ad una finanziaria per sostenere le spese collegate al Natale. E la metà di questi, chiederà un importo di almeno 2 mila euro.

Per cosa servirà il prestito? Tra coloro che hanno intenzione di chiedere un prestito personale o di optare per un pagamento rateale durante le feste, il 43,7% utilizzerà la somma per pagare una vacanza (più frequentemente la settimana bianca), il 40,6% per comprare i regali e il 15,6% per sostenere i costi del cenone.

La durata del finanziamento. Per quanto riguarda la durata del finanziamento, gli italiani cercheranno di rimborsare il prestito in un periodo relativamente breve; il 53% ha dichiarato di volerlo restituire in meno di 12 mesi, il 19% entro i 24 mesi mentre meno di 1 su 3 il (28%) opterà per un piano rateale superiore ai due anni. Se si guarda a coloro che non intendono richiedere un prestito personale, il 49% ha dichiarato di ritenere i regali di Natale un motivo futile per ricorrere ad una finanziaria, il 35% non ne ha bisogno mentre il 16% non vuole aggiungere un nuovo finanziamento sul bilancio familiare.

Fonte: interris

05 dicembre 2017

Fusaro lancia la battaglia della lingua: «ananasso e palmizi invece di ananas e palme»



RIPRENDIAMOCI LA VETEROLINGUA ITALIANA CONTRO LA NEOLINGUA DELL’INGLESE DEI MERCATI
di Diego Fusaro

Nel suo capolavoro, “La congiura di Catilina”, lo storico Sallustio utilizzava scientemente forme del latino arcaico: ad esempio, “optumus” in luogo di “optimus”. Lo faceva con il preciso intento di opporsi anche linguisticamente alla decadenza dei tempi in cui si trovava a vivere, di cui era spietatamente critico. Sulle orme dell’antico Sallustio, è arrivato anche per noi il momento dell’indocilità ragionata e della disobbedienza meditata. Anche sul piano linguistico.

Il “tempo della povertà” (duerftige Zeit), come lo apostrofava Hoelderlin, e dello svuotamento assoluto di ogni significato si sta oggi dispiegando, su scala planetaria, nel trionfo della neolingua anglofona dei mercati, il “globish”, un idioma neutro e sterile, vuoto e tale da ridurre il linguaggio, da scrigno delle culture dei popoli, come lo definiva Herder, a grigio medium comunicativo di “scambio”, semplice raddoppiamento simbolico dello scambio delle merci nella sfera della circolazione.

Contro la neolingua anglofona dei mercati mondializzati – che, come il “newspeak” di Orwell, viene ogni giorno impoverendosi tendendo di fatto all’afasia dei “tweet” e degli “sms” –, occorre reagire con coscienza e discernimento rivalorizzando la “veterolingua” nazionale, contro la quale da tempo si scagliano con furore i poliorceti del mondialismo con incoscienza felice. I quali, distruggendo le lingue nazionali, aspirano in pari tempo ad annichilire le culture e le storie dei popoli sull’altare del piano liscio asimbolico, aprospettico e aculturale del “one world” (e sempre più “one word”) del mercato globale.

Ecco perché oggi parlare la propria lingua nazionale è un gesto rivoluzionario. Non solo. Occorre, con Sallustio, selezionare con ponderazione le parole più raffinate e più pregne di storicità, anche a costo di essere scherniti dai mandarini del pensiero unico cosmopolitico: Nuova York in luogo di New York, terminale in luogo di computer, corriera in luogo di pullmann, e così via. Occorre, in compresenza di due parole dal medesimo significato, scegliere diligentemente sempre la forma più arcaica e desueta: spagnuoli in vece di spagnoli, ananasso in vece di ananas, maraviglia in luogo di meraviglia, palmizi in luogo di palme, pronuziare in luogo di pronunciare, e così via. Si tratta, occorre averne coscienza, di una battaglia culturale della massima importanza.

La cultura – ce l’ha insegnato Gramsci – è sempre il luogo dell’acquisizione della consapevolezza del conflitto e del proprio posizionamento in esso.

C’è un Paese in cui sono morti 50.000 bambini nel 2017. 130 al giorno. Ecco perché


Con 50.000 bambini yemeniti morti nel 2017, la guerra Britannico-Usa-Arabo Saudita entra in una nuova orribile fase
di Dan Glazebrook

Due anni e mezzo di un letale assedio e di bombardamenti non hanno prodotto quasi nulla per quanto riguarda i guadagni territoriali nella guerra condotta dall’Arabia Saudita contro la nazione yemenita, per conto dell’Occidente. L’inasprimento del blocco è un osceno tentativo disperato di rimandare l’inevitabile sconfitta. La guerra contro lo Yemen, sponsorizzata dall’Occidente ed eseguita dalle loro sempre fedeli teste di legno saudite, sta andando male. Molto male.

Quando i sauditi hanno iniziato i loro bombardamenti nel Paese più povero del mondo arabo, chiamato “Decisive Storm”, nel marzo 2015, hanno promesso una missione “limitata”. In realtà, si è dimostrata apparentemente senza limiti e per niente decisiva. Uno studio di Harvard stima che i sauditi spendono $ 200 milioni al giorno per questa guerra, portando il loro budget militare a $63,7 miliardi , il quarto più alto al mondo. Ma non sono neanche lontanamente vicini al raggiungimento del loro obiettivo dichiarato di sconfiggere la resistenza guidata da Houthi e riconquistare la capitale, Sanaa. In effetti, Hadi, il “Presidente” che i sauditi sostengono, è ancora rintanato a Riyadh, apparentemente incapace di mettere piede nel suo paese, come dimostra la profondità dell’animosità popolare nei suoi confronti.

Nel frattempo, la “coalizione”, che l’Arabia Saudita pretende di condurre sta cadendo a pezzi. Il Qatar, il paese più ricco del mondo in termini di reddito pro capite, che avrebbe dovuto finanziare una grossa fetta della guerra, si è ritirato molto tempo fa; mentre il parlamento pakistano, il cui ruolo assegnato era quello di fornire le truppe di terra, all’unanimità ha posto il veto alla proposta lo scorso anno. Nel frattempo, nel sud, gli emirati sostengono le forze ostili allo stesso presidente che la guerra intende difendere.

In effetti, le truppe di Hadi ora si lamentano che i sauditi e gli emirati, in realtà, li stanno bombardando. Sì, il “governo legittimo” del presidente Hadi, quello per cui si suppone che l’intera operazione sia combattuta a sostegno, è ora a sua volta bersagliato dagli aggressori, con Hadi che accusa il principe ereditario degli Emirati di comportarsi come un occupante. Tawakkol Karman, attivista vincitrice di un premio Nobel per la pace, ha persino suggerito che “gli attacchi aerei guidati dai sauditi hanno ucciso più combattenti dell’esercito nazionale che gli Houthi”.

Inoltre, la guerra ha espanso in maniera massiccia la base di Al-Qaeda nel paese e ne ha fornito una nuova per l’ISIS. Anche se questo non è un problema immediato per l’Arabia Saudita – dopotutto, più le forze più settarie vengono alla ribalta, meno lo Yemen sarà in grado di unirsi e rappresentare una minaccia per la dinastia Al Saud – ma è comunque un potenziale pericolo potenziale per il futuro, se quelle forze decidessero di trasformare la loro esperienza e le armi contro lo stesso regno. I sauditi sembrano riconoscerlo in ritardo, definendo recentemente come “terroristi di Al-Qaeda” uno dei più grandi gruppi salafiti del paese, la brigata di Abu Abbas, dopo averli armati per anni.

In effetti, la guerra sta andando così male che persino i sauditi stessi ora stanno privatamente affermando di voler uscire dalla guerra. Le e-mail trapelate lo scorso agosto hanno rivelato che il principe ereditario Mohammed bin Salman – che come ministro della Difesa era responsabile dell’avvio della guerra nel marzo 2015 – è desideroso di porle fine. Eppure, la guerra continua. La yemenita Safa al-Shami, che vive a Londra, mi ha detto che “i sauditi sono nei guai; non vogliono che [la guerra] continui più. Ma viene loro detto ‘devi finire la missione fino alla fine’ “. Lontani dal chiudere un occhio sulla” guerra saudita “, l’Occidente sta chiedendo con chiarezza che un’Arabia Saudita riluttante continui la sua futile e omicida campagna.

Il nostro interventismo in Medio Oriente non ha reso gli Stati Uniti o il mondo più sicuri. Invece di chiedere un cambio di regime, abbiamo bisogno di una politica estera di moderazione e diplomazia.

E questa campagna, già caratterizzata da un atteggiamento brutalmente insensibile nei confronti della popolazione yemenita, ha appena raggiunto un nuovo livello di terrore. Umiliati dal lancio di un missile Houthi a Riyadh il 4 novembre ,a dimostrazione del fatto che, nonostante gli anni di mazzate, gli Houthi sono ora più forti che mai, i sauditi hanno annunciato che il loro blocco potrebbe diventare d’ora in poi totale, con l’ingresso di tutti i beni nel paese – tramite terra, mare o aria – completamente fermato.

La settimana dopo, Medici Senza Frontiere ha scoperto che tutti i suoi voli umanitari nel paese erano stati bloccati. I sauditi hanno quindi annunciato che alcuni dei porti minori sarebbero stati riaperti, ma solo quelli nelle aree controllate dal governo. Il più grande porto del paese, Hodeidah, un centro vitale per le importazioni, rimane chiuso . E questa settimana, i sauditi hanno bombardato di nuovo l’aeroporto della capitale, impedendo la consegna degli aiuti.

Anche nella sua precedente, parziale, forma, i risultati del blocco sono stati davvero disgustosi. La capacità di Hodeida è stata enormemente compromessa da quando le sue quattro gru sono state distrutte dai bombardamenti aerei della coalizione nel 2015 e la “coalizione” ha impedito che le sostituzioni venissero installate da allora. Inoltre, le navi sono state rimandate, spesso per mesi, o sono tornate indietro tutte insieme per nessuna ragione esplicabile se non per punire la popolazione delle aree controllate da Houthi. Questo assedio contro un paese dipendente dalle importazioni per oltre l’80% del cibo, del carburante e dei medicinali è nientemeno che un genocidio.

Save the Children ha riferito che 130 bambini yemeniti muoiono ogni giorno per la fame estrema e le malattie, con 50.000 morti solo quest’anno. Nel frattempo, l’epidemia di colera, scatenata da una combinazione di paralisi dei sistemi idrici, distrutti dalla guerra, e della decisione del governo Hadi di bloccare i pagamenti a tutti i lavoratori impegnati nei settori dei rifiuti, delle fognature e della sanità nelle aree controllate da Houthi – è diventata, il mese scorso, la più grande registrata nella storia con quasi 900,000 infettati dalla malattia. La precedente epidemia più grande, ancora in corso ad Haiti, ha richiesto sette anni per raggiungere 800.000 casi. Lo Yemen ha superato quel numero in soli sei mesi.

Eppure, con due terzi della popolazione – oltre 18 milioni di persone – che ora dipendono dagli aiuti umanitari per la loro sopravvivenza, anche queste cifre scioccanti aumenteranno molto rapidamente. Sette milioni di persone sono a rischio immediato di carestia. Se questo nuovo divieto totale di entrata degli aiuti umanitari nei più grandi aeroporti e porti marittimi del paese verrà mantenuto, moriranno. Queste sono le bassezze alle quali l’Occidente è preparato per spingere l’Arabia Saudita nella sua inutile lotta per distruggere definitivamente la “minaccia yemenita’“.

L’Humanitarian Chief delle Nazioni Unite, Mark Lowcock, è stato molto chiaro. “Ho detto al Consiglio [di sicurezza delle Nazioni Unite] che a meno che tali misure non siano revocate … ci sarà una carestia nello Yemen. Non sarà come la carestia che abbiamo visto nel Sud Sudan all’inizio dell’anno, dove ha colpito decine di migliaia di persone, non sarà come la carestia che nel 2011 ha ucciso 250.000 persone in Somalia. Sarà la più grande carestia che il mondo abbia mai visto in molti decenni, con milioni di vittime. “E questa carestia sarà stata coscientemente e deliberatamente orchestrata dai responsabili di questa guerra – i sauditi, con gli inglesi e gli americani dietro di loro.

La Gran Bretagna e gli Stati Uniti stanno spingendo i sauditi a scatenare, per anni, la più grande carestia del mondo contro una popolazione totalmente prigioniera. Eppure, da parte dei media occidentali c’è il totale disinteresse. L’omicidio intenzionale per denutrizione di 130 bambini al giorno per tutto l’anno è una nota a piè di pagina, nel migliore dei casi, alle voci di questa settimana sulla Brexit o sull’ultima assurda volgarità di Trump. Quando ho incontrato Safa Al-Shami, mi ha chiesto: “Dove sono i media in tutto questo? Quante immagini abbiamo visto dalla Siria, dall’Iraq; dov’è lo Yemen in tutto questo? I media dovrebbero iniziare a parlare di questo! ”

Ma per lei era chiaro che questa mancanza di copertura mediatica non è una scusa per la mancanza di azione, almeno non in Gran Bretagna. “Guarda come il popolo britannico ha marciato e dimostrato perché Tony Blair ha dichiarato guerra all’Iraq. Il popolo britannico deve rendersi conto che questa guerra nello Yemen fa parte dello stesso sporco gioco. Devono fare qualcosa. Do la colpa al popolo britannico perché è educato e lo sa. Gli americani sono ignoranti. ”

Gli orrori inflitti allo Yemen dagli inglesi hanno profondi precedenti storici: 50 anni fa questo mese le forze britanniche si ritirarono definitivamente da Aden, il porto yemenita che avevano colonizzato nel 1839. In effetti, il paese è abbastanza radicato nella coscienza nazionale per essere il soggetto di un nuovo dramma della BBC, che insabbia e glorifica la colonizzazione britannica dello Yemen proprio mentre oggi loro insabbiano il ruolo britannico lì.

Eppure agli inglesi piace ancora pensare a Boris Johnson come ad una specie di buffone affabile. La verità è che lui e l’intero gabinetto del Regno Unito sono complici dell’assassinio di questi bambini. Loro, insieme a tutti quei parlamentari che hanno votato per continuare questa guerra feroce, devono essere fermati, prendersi le proprie responsabilità ed essere consegnati alla giustizia.

Dan Glazebrook è uno scrittore indipendente freelance che ha scritto per RT, Counterpunch, Z magazine, the Morning Star, the Guardian, the New Statesman, the Independent e Middle East Eye, tra gli altri. Il suo primo libro “Divide and Ruin: The West’s Imperial Strategy in an Age of Crisis (La strategia imperiale dell’Occidente in un’epoca di crisi)” è stato pubblicato da Liberation Media nell’ottobre 2013. Conteneva una raccolta di articoli scritti dal 2009 in poi che esaminava i legami tra il collasso economico, l’ascesa dei BRICS, guerra alla Libia e alla Siria e “austerità”. Al momento sta studiando un libro sull’uso USA-britannico di squadroni della morte settari contro stati e movimenti indipendenti dall’Irlanda del Nord e dall’America centrale negli anni ’70 e ’80 in Medio Oriente e in Africa.

Tratto da: ComeDonChisciotte

Bitcoin: è veramente condannato al fallimento? Tutto quello che devi sapere


Il Bitcoin, denaro per un mondo limitato
di Alexis Toulet

Quale potrà essere il futuro del Bitcoin, denaro crittografato privo di un centro di controllo, il cui valore è cresciuto in un anno di un fattore 10, da circa 700 € a 7000 €? La banca BNP Paribas ha redatto un rapporto che conclude che l’avvenire del Bitcoin sarà limitato sia a causa della mancanza di un prestatore di ultima istanza, sia per la sua natura deflazionista: in quanto moneta sarà condannata al fallimento.

Contrariamente ad altre prese di posizione del mondo finanziario contro il Bitcoin, Questa si basa su degli argomenti strutturati. Sono convincenti ? Quale avvenire per la regina delle monete crittografate ?

Il Bitcoin in poche parole

Il sistema Bitcoin è contemporaneamente una moneta e un sistema di pagamento – ovvero lo stesso strumento, un software di “portafoglio” permette contemporaneamente di possedere dei Bitcoins e di effettuare dei pagamenti in questa unità di conto a chiunque possegga un analogo software, dovunque si trovi nel mondo, con la sola intermediazione della rete internet.

In comune con le monete classiche ha la caratteristica di essere essenzialmente elettronico : solo una piccolissima parte degli euro o dei dollari esiste sotto forma cartacea di biglietto di banca, la parte essenziale è costituita da cifre binarie dentro ai computer, ed è anche il caso del Bitcoin che non esiste che come sequenza di cifre binarie. Il Bitcoin fa intervenire degli algoritmi crittografici, ragione per cui la si chiama moneta crittografica o cripto-moneta. È ancora suddivisibile, proprio come le monete ordinarie, e si può trasformare in milly-Bitcoins (mBTC) e fino al centomilionesimo di Bitcoin, il “Satoshi “.

La sua originalità, è che non fa intervenire nessun terzo garante e non è emessa da nessuna istituzione che possa servire come prestatore di ultima istanza :

⦁ Che cos’è un “terzo garante” ? È un’istituzione o un’impresa che serve da intermediaria durante una transazione. E in questo modo che qualunque pagamento tradizionale in moneta fa intervenire almeno una banca e alle volte due che gestiscono il conto di colui che paga e il conto di chi riceve il pagamento. Al contrario, il sistema Bitcoin non suppone alcun intermediario – permette di evitare qualunque banca per realizzare un pagamento, come anche per conservare i propri averi sotto forma di Bitcoin.

⦁ Che cos’è un “prestatore di ultima istanza”? È quello che emette il denaro, la banca centrale che la crea a piacere. Al contrario, la rete Bitcoin crea automaticamente e seguendo un ritmo definito in anticipo, dei nuovi Bitcoins, senza che alcun individuo nel gruppo possa cambiare nulla al proposito, neanche il suo creatore. Il numero massimo di Bitcoins aumenta lentamente a partire dai 16,5 milioni del novembre 2017 e non andrà mai oltre 21 milioni.
Bitcoin è stato creato nel gennaio 2009 da parte di una persona o di un gruppo di persone dietro lo pseudonimo di “Satoshi Nakamoto” e la data – che cade poco dopo la grande crisi finanziaria – permette di indovinare facilmente i motivi del Creatore o dei Creatori e dei promotori iniziali:

⦁ Il fatto che si siano diffidenti a proposito del “garante terzo” vale a dire delle banche, è perché molte banche sono state colpite dalla crisi mentre altre banche dovevano affrontare delle accuse di malversazione;

⦁ se vedono un pericolo nel sistema del “prestatore di ultima istanza”, è perché la Banca Centrale Americana (Fed), seguita da molte altre, ha cominciato a creare dei dollari per centinaia e poi migliaia di miliardi per distribuirli a degli istituti la cui sola qualifica per riceverli era di aver perso gigantesche montagne di soldi a causa di prestiti irresponsabili.

Dopo la crisi finanziaria le grandi banche “troppo grandi per fallire “ hanno ricevuto dei crediti praticamente illimitati da parte della Banca Centrale Americana, che ha stampato per l’occasione tutti i dollari necessari.


Dai suoi inizi nel 2009, il sistema Bitcoin si è ingrandito passando da qualche gruppo di appassionati a numerose decine di milioni di possessori su scala mondiale, dall’acquisto di pizza presso un ristoratore compiacente all’accettazione da parte di centinaia di migliaia di commercianti e da un valore di meno di un centesimo di euro per Bitcoin fino a circa 7000 € al 22 novembre 2017.

È una semplice bolla finanziaria irrazionale ?

Numerosi alti dirigenti bancari hanno preso posizione contro il Bitcoin. Jamie Dimon, Amministratore Delegato di JP Morgan Chase, una delle più grandi banche mondiali sia per gli attivi di bilancio, sia per la capitalizzazione di borsa, era senza dubbio il più feroce , e metteva in guardia lo scorso settembre perché il Bitcoin era “una frode”, destinata a “esplodere in volo” e (diceva) “che avrebbe licenziato immediatamente” qualunque impiegato abbastanza “stupido” da acquistarne.

Senza dubbio, Dimon si è attirato qualche sarcasmo. Non solo, ma non era la prima volta che si lasciava andare ad imprecare contro il Bitcoin dato che aveva detto più o meno la stessa cosa due anni prima, assicurando che i fautori della moneta crittografica “stavano perdendo il loro tempo”, perché “nessun governo avrebbe tollerato questo a lungo” ; però nel frattempo non solo il corso del Bitcoin era esploso partendo dai suoi 300 € dell’epoca ma soprattutto il numero dei suoi utenti è aumentato tanto che un governo e non dei più piccoli, quello del Giappone, lo riconosce come mezzo di pagamento a tutti gli effetti.

Ma di più JP Morgan Chase è la banca che ha accettato di pagare il totale più elevato di multe per evitare le cause seguite alla crisi finanziaria, un totale largamente superiore a 25 miliardi di dollari dal 2014, senza contare anche le recenti condanne a pagare parecchi miliardi in aggiunta, per frode e altri delitti.

Inutile dire che quando Jamie Dimon, AD di questa banca dal 2005, ha deciso a sua volta di utilizzare il termine di frode per denunciare la moneta crittografata ovvero il Bitcoin si è attirato qualche sprezzante dileggio.
Jamie Dimon, Amministratore Delegato di JP Morgan Chase. Le Bitcoin : “una frode”.


Jamie Dimon, PDG de JP Morgan, dice che il Bitcoin “E’ una frode”.

Comunque, quali che siano le amenità degli uni e degli altri, resta che le inquietudini sulla valore del Bitcoin sono ben comprensibili. Un aumento di un fattore 10 nel giro di un anno assomiglia furiosamente a una bolla finanziaria, ovvero a un aumento smisurato dato che nuovi acquirenti sono attirati dall’idea che, poiché il valore è aumentato così rapidamente, sia probabile che continui a crescere, mentre la maggior parte degli detentori di Bitcoin rifiutano di vendere nella speranza che il valore cresca ulteriormente, e lo squilibrio tra la domanda e l’offerta aumenta ancora il valore della moneta. Questo genere di eventi normalmente si conclude con un clamoroso crac.

Perché è più complicato di così – Il Bitcoin ha un valore reale.

L’interpretazione del Bitcoin come una semplice bolla irrazionale – il cui prototipo sarebbe la speculazione sui bulbi di tulipano in Olanda nel 1637- pone però parecchi problemi.

Intanto una vera bolla finanziaria non si verifica che una volta sola e dopo che è scoppiata non può ricominciare nessuna nuova infatuazione, soprattutto non per lo stesso prodotto. Non abbiamo mai sentito parlare di una nuova bolla finanziaria sui valori Internet dopo il crac del 2000, e neanche su i crediti “subprime” dopo il crac del 2007. Invece il Bitcoin ha già visto numerose bolle… e vi è sopravvissuto. Così sono andate le sue quotazioni:

⦁ Ha raggiunto un picco superiore a 20 € nel giugno 2011… prima di cadere di più del 50%.

⦁ Nuova crescita furiosa fino a più di 200 € nell’ aprile 2013 … poi perdita Brutale di più del 60% di quel valore;

⦁ Ancora un boom fino a passare i 900 € nel dicembre 2013… seguito da una rovinosa caduta verso il basso, a meno di 200 € nel gennaio 2015;

⦁ Infine un aumento più o meno continuo partendo dall’inizio del 2016 fino a circa 1200 € nella primavera 2017, seguito da una salita verticale a 7000 € nel novembre 2017.

La struttura è evidentemente diversa da quella di una semplice bolla finanziaria. Sono stati toccati dei piani successivi sempre più alti, inframezzati da periodi di rapido ribasso, ma ogni volta il valore del Bitcoin ha finito per riprendere la sua crescita. La progressione è paragonabile a una sequenza “ Tre passi avanti seguiti da un passo indietro “ – o piuttosto tre salti in avanti e uno indietro, dato che sia le progressioni, sia i passi indietro sono ogni volta massicci, se si esprimono in percentuale. O molti milioni di persone stanno sbagliando pesantemente e per giunta in modo ostinato, dato che ricominciano e ricominciano ogni volta… oppure vi è un vero valore sottostante al sistema Bitcoin.

Bisogna ancora ricordare che la moneta crittografica -come le sue sorelle minori costruite su principi analoghi- dà evidentemente dei servizi concreti, indipendentemente dal fatto che abbia o no un futuro come moneta. Questi servizi danno alla rete Bitcoin un innegabile valore. Il Bitcoin permette in effetti dei trasferimenti rapidi di denaro a bassissimo prezzo e ovunque nel mondo.

Mentre i servizi di trasferimento di denaro più conosciuti e utilizzati per esempio da decine di milioni di lavoratori immigrati, usciti da Paesi poveri per sostenere le loro famiglie che sono rimaste in patria, possono correntemente fatturare il 2% o anche il 3% di aggio, in funzione delle destinazioni, lo stessa accredito può essere realizzato a un costo trascurabile se viene fatto unicamente in Bitcoin, e conteggiando anche il cambio avanti e indietro tra Bitcoin e la moneta classica, -sia dalla parte del mittente sia da quella del destinatario del trasferimento di fondi-, si arriva a oneri dell’ordine di 0,5- 0,6 per cento.

È difficile considerare un mezzo di trasferimento dei soldi che costa assai meno della concorrenza come una semplice “frode”.

La coda davanti all’agenzia di un’azienda di trasferimento di denaro molto nota, in un paese povero, dove anche la maggior parte dei clienti è povera, e paga dei costi per il servizio che in funzione della destinazione possono superare il 3%.


La fila davanti ad un ufficio di una nota società di trasferimento di denaro, in un paese povero.

Ma il valore aggiunto più importante che i creatori e i fautori del Bitcoin sperano di ottenere è un altro. Si tratterebbe di fare sì che prenda il suo posto a fianco delle monete fiduciarie -ovvero emesse da uno Stato e dalla sua banca centrale- come alternativa protetta contro ogni tentativo di controllo e di manipolazione. Si potrebbe pagare un abito, un libro o un pasto al ristorante in Bitcoin. Si potrebbe risparmiare e investire in Bitcoin. Questo è credibile ?

Gli argomenti dello studio BNP Paribas – Il Bitcoin ha forse un avvenire limitato ?

Contrariamente ad altri scettici nei confronti del Bitcoin, lo studio fatto da BNP Paribas ha prodotto una relazione organizzata. Anche se il rapporto completo non è disponibile in internet, le descrizioni che ne fa la stampa economica riducono le obiezioni sollevate sostanzialmente a due punti fondamentali: la questione del prestatore di ultima istanza e la questione della deflazione.

La questione principale che bloccherebbe un l’utilizzo del Bitcoin su grande scala sarebbe quella del “prestatore di ultima istanza”. È giusto dire che se si prestano dei Bitcoins a una istituzione e questa fa fallimento, non c’è nessun rimedio possibile. Durante la crisi finanziaria del 2008 le banche centrali hanno stampato dei dollari nuovi, degli euro, eccetera, ma nessuno sarebbe in grado di creare dei nuovi Bitcoin per compensare il fallimento di un “intermediario di fiducia”, che sia una banca o un’altra istituzione finanziaria, perché il sistema Bitcoin è stato precisamente concepito perché ciò sia impossibile!

Un proprietario di Bitcoins che li avesse prestati a una banca non avrebbe più nessuna speranza (di recuperarli), contrariamente al caso dei conti in euro che sono garantiti fino a un massimo di 100.000 €, anche se sarà bene non prendere questa garanzia per oro colato(letteralmente).

Ma gli argomenti dello studio inducono a varie osservazioni. Vi sono almeno due punti che possono indurre in un grave errore :

⦁ Se si posseggono dei Bitcoins, contrariamente a quello che lo studio sembra implicare, non si è obbligati a prestarli a una banca! Evidentemente al contrario degli euro o di qualunque altra moneta fiduciaria che non si può possedere se non prestandola a una banca, che li inscrive come “Avere” su un conto bancario (salvo trattenere qualche banconota presso di sé, ma è una cosa molto limitata). Dunque se una banca o un intermediario finanziario fallisce, questo non avrà conseguenze se non per colui che ha prestato i suoi Bitcoins, cosa che da parte sua è stata una decisione senza dubbio volontaria perché c’è un’alternativa semplice: tenerseli.

⦁ Suggerire che pagare una casa con dei Bitcoins metterebbe in pericolo chi ha preso il prestito, è un’inversione pura e semplice della realtà. È la banca che ha imprestato i fondi che sarà al contrario in pericolo! In effetti in caso di fallimento di un numero eccessivo di operatori immobiliari con relative linee di credito, non potrà contare sulla Banca Centrale per crearle dei Bitcoins di rimpiazzo – ovviamente se il prestito era in Bitcoins. Invece è proprio questo di cui le grandi banche coinvolte nei prestiti “subprime” hanno avuto bisogno, per evitare il fallimento dopo il 2008.

D’altra parte può essere auspicabile prestare i propri Bitcoins, perché è auspicabile imprestare il proprio denaro per “farlo lavorare” sostenendo l’attività economica, così come ci si può augurare di acquistare delle obbligazioni e delle azioni – il che significa in definitiva imprestare dei fondi a istituzioni e imprese perché li facciano rendere. Ed è comunque vero che obbligazioni valutate in Bitcoins non potrebbero beneficiare di nessuna garanzia da una banca centrale -se colui che prende a prestito non può rimborsare, il denaro è perso.

Sì ma… è così grave?
Da una parte c’è sempre il rischio di perdere il proprio investimento – salvo certamente quando si è una grande banca “troppo grande per fare fallimento” (“too big to fail”) e quindi si può dire agli Stati e alle loro banche centrali: “ se non create moneta per prestarcela, andrà a fondo tutta l’economia insieme a noi “.

D’altra parte, che c’è di male a far sì che il rischio inerente a qualunque investimento sia reso chiaro e netto agli occhi di qualunque prestatore? non è una ragione per non prestare, è invece un sano incentivo a prestare con gli occhi aperti, accettando esplicitamente il rischio piuttosto che illudersi su un investimento totalmente sicuro che nella realtà non può esistere. Questo significa anche che non si presteranno i risparmi per le emergenze, destinati a fronteggiare gli imprevisti, e che si chiederà una giusta remunerazione per il rischio che ci si accolla.

Bitcoin deflazionista – è un inconveniente un vantaggio in un mondo limitato?

Lo studio sottolinea ulteriormente e a ragione l’effetto deflazionista del numero massimo non superabile di Bitcoins fissato definitivamente.
Il problema è il seguente: se cresce l’economia, mentre la quantità di unità monetaria resta costante o quasi costante, il valore di ogni unità monetaria avrà tendenza ad aumentare, ovvero il prezzo dei beni espresso in questa unità monetaria avrà tendenza a diminuire. Si tratta dell’inverso dell’inflazione, da qui il nome di deflazione. Ma la deflazione ha per conseguenza di rallentare l’economia, perché tutti sono indotti a rimandare i propri acquisti quanto più possibile, per approfittare di prezzi ancora più bassi, e da qui una domanda più debole, minori attività e minore impiego, Dunque meno reddito e dunque ancora meno domanda, eccetera, in una spirale negativa.

Questa conseguenza legata alla generalizzazione del Bitcoin è uno scenario credibile. Dovremmo allora augurarci che il Bitcoin non si trasformi in moneta corrente accettata in tutto il mondo e non soltanto in Giappone, per evitare il rallentamento della crescita economica?

E se l’effetto deflattivo dato da una generalizzazione del Bitcoin non fosse in effetti un inconveniente… ma un vantaggio ?

Una moneta fiduciaria che si può espandere all’infinito come il dollaro o l’euro è molto adatta ad un periodo di crescita economica rapida come quella degli anni che vanno dal 1945 al 2008, ma l’umanità dopo la grande crisi finanziaria è entrata lentamente in un periodo di crescita più debole, che dovrebbe essere seguito da un rallentamento ulteriore della crescita, o anche dalla decrescita pure semplice, questo per delle ragioni di fondo che non hanno niente a che vedere con il denaro.

⦁ Esaurimento progressivo delle risorse, in particolare quelle energetiche, con un aumento strutturale continuo del costo di estrazione dell’energia, ovvero dell’energia che deve essere investita per estrarre un barile di petrolio o un metro cubo di gas in più: questo diminuisce progressivamente la percentuale dell’energia estratta che costituisce un vero guadagno.

⦁ Carenza nel dominare la complessità, sempre più evidente dalle difficoltà enormi per prendere decisioni importanti su scala mondiale – aumento del disordine politico – ed anche nella palese degenerazione dei “grandi progetti”.

⦁ Senza parlare ulteriormente dell’impatto sull’ambiente, i crescenti disagi che riguardano anche gli uomini, i danni alla natura provocati dall’attività industriale che tendono sempre più a superare i vantaggi che vengono dallo sviluppo.

Insomma l’umanità incontra e incontrerà sempre più dei limiti alla sua attività per il semplice fatto che il nostro mondo è limitato e così pure le sue risorse. Bitcoin è in quantità strutturalmente limitata ed è ben adatto ad un mondo limitato, a un’economia mondiale che sempre più trova dei limiti e che dovrà ulteriormente adattarsi se vuole evitare improvvise decrescite brusche e catastrofiche.

Dunque è una monetache potrebbe adattarsi a un mondo che dovrà limitarsi per non andare in rovina – cioè un mondo dove specialmente le reti elettrica e internet resteranno complessivamente funzionanti dato che l’esistenza stessa del sistema Bitcoin ne è evidentemente dipendente.

La crescita infinita dei consumi materiali, in un mondo limitato, è impossibile. (E.F. Schumacher)

Solo se un collasso economico portasse a una riduzione brutale della società strutturata, sarebbe in pericolo l’esistenza e l’affidabilità delle reti – tal quale il collasso dell’economia post-Sovietica dopo il 1991 anche se per differenti ragioni- in tal caso Bitcoin non potrebbe più servire nè come moneta nè come sistema di pagamenti- ma in questo scenario estremo soltanto i metalli preziosi potrebbero prenderne il posto.

Nota finale sul Bitcoin come investimento…

Non c’è dubbio che in periodi di forti aumenti dei valori la domanda “bisogna comprare?” oppure “bisogna vendere?” riveste un grande interesse! (per chi ne ha).

Insistiamo su due punti essenziali :

⦁ Il sistema Bitcoin è in pieno sviluppo, ha già avuto un certo successo, presenta delle prospettive future attraenti, ma è tuttora sperimentale. La possibilità di estenderlo su una dimensione non di qualche milione ma di centinaia di milioni o anche di miliardi di utenti non è ancora dimostrata. Si può immaginare anche il fallimento del Bitcoin nel tentativo di diventare una vera moneta, oppure l’avvento di un’altra criptomoneta che lo soppianti.

⦁ Il valore di cambio della moneta Bitcoin dopo il 2011 ha già conosciuto almeno tre fenomeni di bolla, come abbiamo già detto. Niente garantisce che il valore raggiunto un giorno lo sarà ancora il giorno dopo, il mese dopo o l’anno dopo.

Ad ogni buon conto, nessuna persona ragionevole investirà in un sistema innovativo ma sperimentale più “di quanto non possa permettersi di perdere”.

Tratto da: ComeDonChisciotte

Guerra USA-Russia: la Russia diventerà una colonia statunitense, o gli USA crolleranno?


Rapporto sui progressi della guerra USA-Russia

Mi viene spesso chiesto se gli Stati Uniti e la Russia entreranno in guerra tra loro. Io rispondo sempre che sono già in guerra. Non una guerra come la Seconda Guerra Mondiale, ma comunque una guerra.

Questa guerra è, almeno per il momento, per circa l’80% informativa, per il 15% economica e per il 5% cinetica. Ma in termini politici l’esito per il perdente di questa guerra non sarà meno drammatico del risultato della Seconda Guerra Mondiale per la Germania: il paese perdente non sopravvivrà, almeno non nella sua forma attuale: o la Russia diventerà di nuovo una colonia statunitense, o l’Impero Anglo-Sionista crollerà.

Nel mio primo articolo per Unz Review intitolato “La storia di due ordini mondiali” ho descritto il tipo di sistema internazionale multipolare regolato dallo Stato di Diritto che la Russia, la Cina e i loro alleati e amici (sia palesi che segreti) in tutto il mondo stanno cercando di costruire, e quanto fosse radicalmente diverso dalla singola Egemonia Mondiale che gli anglo-sionisti hanno tentato di stabilire sul mondo (e hanno quasi imposto con successo al nostro sofferente pianeta!). In un certo senso, i leader imperiali degli Stati Uniti hanno ragione [in inglese], la Russia rappresenta una minaccia esistenziale, non per gli Stati Uniti come paese o per il suo popolo, ma per l’Impero Anglo-Sionista, proprio come quest’ultimo rappresenta una minaccia esistenziale per la Russia. Inoltre, la Russia rappresenta una sfida di civiltà fondamentale per quello che viene normalmente chiamato “Occidente”, in quanto rifiuta apertamente i suoi valori post-Cristiani (e, vorrei aggiungere, anche visceralmente anti-Islamici). Questo è il motivo per cui entrambe le parti stanno facendo uno sforzo immenso per prevalere in questa lotta.

La settimana scorsa il campo antimperialista ha segnato una vittoria importante, con l’incontro tra i presidenti Putin, Rouhani ed Erdogan a Sochi: si sono dichiarati garanti di un piano di pace che porrà fine alla guerra contro il popolo siriano (la cosiddetta “guerra civile”, che non è mai stata tale) e lo hanno fatto senza nemmeno invitare gli Stati Uniti a partecipare ai negoziati. Peggio ancora, la loro dichiarazione finale [in inglese] non ha nemmeno menzionato gli Stati Uniti, nemmeno una volta. La “nazione indispensabile” è stata considerata così irrilevante da non essere nemmeno menzionata.

Per misurare appieno quanto sia offensivo tutto ciò, dobbiamo sottolineare alcuni punti:

Primo, guidati da Obama, tutti i leader dell’Occidente hanno dichiarato urbi et orbi e con immensa fiducia che Assad non aveva un futuro, che doveva andarsene, che era già un cadavere politico e che non avrebbe avuto alcun ruolo da svolgere nel futuro della Siria.

Secondo, l’Impero ha creato una “coalizione” di 59 (!) paesi che non è riuscita ad ottenere nulla, niente di niente: una gigantesca “banda che non sapeva sparare”da miliardi di dollari guidata dal CENTCOM e dalla NATO che ha dimostrato solo la più abietta incompetenza. Al contrario, la Russia non ha mai avuto più di 35 aerei da combattimento in Siria, e ha cambiato il corso della guerra (con notevoli aiuti iraniani e di Hezbollah sul campo).

Successivamente, l’Impero ha decretato che la Russia era “isolata” e che la sua economia era “a brandelli” – cosa che i media sionisti hanno ripetuto con totale fedeltà . L’Iran era, ovviamente, parte del famoso “Asse del Male”, mentre Hezbollah era l’“A-Team del terrorismo” . Per quanto riguarda Erdogan, gli anglo-sionisti hanno cercato di rovesciarlo e ucciderlo. E ora sono Russia, Iran, Hezbollah e Turchia a sconfiggere i terroristi e ad ottenere risultati in Siria.

Alla fine, quando gli Stati Uniti si sono resi conto che non avrebbe potuto mettere al potere il Daesh a Damasco, hanno cercato prima di dividere la Siria (piano B) e poi hanno tentato di creare uno staterello curdo in Iraq e in Siria (piano C). Tutti questi piani sono falliti,Assad è in Russia che abbraccia Putin, mentre il Comandante della Forza Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniano, il Generale Soleimani, sta facendo una passeggiata verso l’ultima città siriana che deve ancora essere liberata dal Daesh .

Riuscite ad immaginare quanto siano totalmente umiliati, ridicolizzati e battuti i leader statunitensi oggi? Essere odiati o trovare della resistenza è una cosa, ma essere totalmente ignorati – oh se fa male!

Per quanto riguarda la strategia, la cosa migliore che si sono inventati è quella che chiamerei una “meschina molestia alla Russia”: far sì che RT si registri come agente straniero, rubare arte antica dalla Russia, spogliare in massa gli atleti russi delle medaglie, cercare di vietare la bandiera russa e l’inno dalle Olimpiadi di Seul o mettere al bando gli aerei militari russi dal prossimo spettacolo aereo di Farnborough. E tutti questi sforzi rendono solo Putin ancora più popolare, l’Occidente ancora più odiato e le Olimpiadi ancora più noiose (idem per Farnborough – comunque gli spettacoli aerei del MAKS e di Dubai sono molto più “sexy”). Oh, quasi dimenticavo, i “nuovi europei” continueranno la loro mini-guerra contro le vecchie statue sovietiche dei loro liberatori. E, proprio come la mini-guerra degli Stati Uniti alle rappresentanze russe negli Stati Uniti, è un chiaro segno di debolezza.

A proposito di debolezza.

Questo sta diventando comico. I media statunitensi, in particolare la CNN, non riescono a far passare un giorno senza menzionare i russi cattivi, il Congresso degli Stati Uniti è impegnato in un’isteria di massa che cerca di capire chi dei repubblicani o dei democratici hanno avuto più contatti con i russi, i comandanti della NATO se la fanno sotto terrorizzati (o almeno così dicono!) ogni volta che le forze armate russe organizzano un’esercitazione qualsiasi, i rappresentanti della US Navy e della US Air Force si lamentano regolarmente dei piloti russi che fanno “intercettazioni non professionali” , la Marina britannica entra in modalità combattimento quando una singola (e piuttosto modesta) portaerei transita attraverso il Canale della Manica – ma la Russia è, si presume, il paese “debole”.

Ha senso per voi?

La verità è che i russi stanno ridendo. Dal Cremlino, ai media, ai social media – fanno persino sketch esilaranti su quanto siano onnipotenti e su come controllino ogni cosa. Ma soprattutto i russi stanno ridendo a crepapelle chiedendosi che cosa si fumino le persone in Occidente per essere così totalmente terrorizzate (almeno ufficialmente ) da una minaccia inesistente.

Sapete cos’altro stanno vedendo?

Che i leader politici occidentali stanno cercando sicurezza nei numeri. Da qui le “coalizioni” ridicolmente gonfiate e tutte le risoluzioni che escono da vari organismi europei e transatlantici. I politici occidentali sono come i secchioni della scuola che, temendo il bullo, si radunano insieme per sembrare più grandi. Ogni ragazzo russo sa che cercare la sicurezza nei numeri è un segno sicuro di un buono a nulla spaventato. Al contrario, i russi ricordano anche come una piccola nazione di meno di 2 milioni di persone abbia avuto il coraggio di dichiarare guerra alla Russia, e come abbia combattuto duramente i russi, davvero molto. Sto parlando dei ceceni, naturalmente. Sì, amateli od odiateli – ma non si può negare che i ceceni siano coraggiosi. Idem per il Fronte Islamico Unito per la Salvezza dell’Afghanistan. I russi rimasero impressionati. E anche se i nazisti inflissero un’inenarrabile quantità di sofferenza al popolo russo, i russi non hanno mai negato che i soldati e gli ufficiali tedeschi fossero abili e coraggiosi. C’è anche un detto russo “Io amo/rispetto il tataro/mongolo coraggioso” (люблю молодца и в татарине). Quindi i russi non hanno problemi a vedere il coraggio nei loro nemici.

Ma gli eserciti USA/NATO? Si comportano tutti come se Conchita Wurst fosse il loro comandante in capo!

Nessuno di questi uomini era gentile o “simpatico” in alcun modo. Ma contavano. Erano rilevanti. E hanno esercitato un potere molto reale.

Ricordate questo:


Oggi il vero potere si presenta così:


E sapete cosa è veramente offensivo per i leader anglo-sionisti?

Che questa foto mostra un Cristiano Ortodosso e due Musulmani.

Questo sì che è offensivo. E molto spaventoso, ovviamente.

Siamo molto, molto lontani dalla “nascita di un nuovo Medio Oriente” promessa da Condi Rice [in inglese] (sì, è un nuovo Medio Oriente, solo che non è quello che avevano in mente la Rice e i neoconservatori!)

Per quanto riguarda “l’unica democrazia in Medio Oriente”, ora è in piena modalità panico, da qui il loro progetto ormai palese di collaborare con i sauditi contro l’Iran e le loro rivelazioni chiaramente inscenate sul bombardamento di tutte le risorse iraniane fino a 40 Km dal confine israeliano. Ma quel treno ha già lasciato la stazione: i siriani hanno vinto e non sarà la quantità di attacchi aerei a cambiare questo fatto. Quindi, per essere sicuri di sembrare ancora feroci, gli israeliani stanno ora aggiungendo che, in caso di guerra tra Israele ed Hezbollah, il Segretario Generale Hassan Nasrallah sarebbe un obiettivo. Wow! Chi l’avrebbe mai detto?!

Riuscite a sentire le risatine provenienti da Beirut?

La cosa spaventosa è che i ragazzi di Washington, Riyad e Gerusalemme le sentono forte e chiaro, il che significa che prima o poi dovranno fare qualcosa al riguardo, e che questo “qualcosa” sarà il solito bagno di sangue assurdo per il quale questo “Asse della Gentilezza” è diventato famoso: se non puoi battere le loro forze armate, falla pagare ai loro civili (pensate al Kosovo nel 1999, al Libano nel 2006, allo Yemen nel 2015). O così, oppure pesta a sangue una piccola vittima indifesa (Grenada 1983, Gaza 2008, Bahrein 2011). Non c’è niente come un bel massacro di civili indifesi per farli sentire virili, rispettati e potenti (e, per quanto riguarda gli americani – “indispensabili”, ovviamente).

Mettendo da parte il caso del Medio Oriente, penso che possiamo cominciare a vedere i contorni di ciò che gli Stati Uniti e la Russia faranno nei prossimi due anni.

Russia: la strategia russa contro l’Impero è semplice:

Cercare di evitare il più possibile e il più a lungo possibile ogni confronto militare diretto con gli Stati Uniti, perché la Russia è ancora la parte più debole (soprattutto in termini quantitativi). Questo, e prepararsi attivamente alla guerra secondo l’antica strategia si vis pacem para bellum.
Cercare di far fronte il meglio possibile a tutte le “meschine molestie”: gli Stati Uniti hanno ancora infinitamente più “soft power” della Russia, e la Russia semplicemente non ha i mezzi per reagire. Perciò fa il minimo per cercare di scoraggiarle o di indebolire gli effetti di quel tipo di “meschine molestie”, ma, in verità, non c’è molto che possa fare, oltre ad accettarle come un fatto della vita.

Piuttosto che cercare di disimpegnarsi dall’Impero controllato dagli anglo-sionisti (economicamente, finanziariamente, politicamente), la Russia contribuirà del tutto intenzionalmente alla graduale comparsa di un dominio alternativo. Un buon esempio di ciò è la Nuova Via della Seta, promossa dai cinesi, che viene costruita senza alcun ruolo significativo per l’Impero.

USA: la strategia statunitense è altrettanto semplice:

Usare la “minaccia” russa per dare un significato e uno scopo all’Impero, specialmente alla NATO. Reiterare ed espandere le “meschine molestie” contro la Russia a tutti i livelli. Sovvertire e indebolire il più possibile qualsiasi paese o politico che mostri segni di indipendenza o disobbedienza (compresi i paesi della Nuova Via della Seta). Entrambe le parti usano tattiche dilatorie, ma per ragioni diametralmente opposte: la Russia perché il tempo è dalla sua parte, e gli Stati Uniti perché sono a corto di opzioni.

È importante sottolineare qui che in questa lotta la Russia è in grave svantaggio: mentre i russi vogliono costruire qualcosa, gli americani americani vogliono solo distruggere (gli esempi includono la Siria, ovviamente, ma anche l’Ucraina o, se è per questo, un’Europa unita). Un altro svantaggio importante per la Russia è che la maggior parte dei governi là fuori ha ancora paura di opporsi in qualche modo all’impero, da cui il silenzio assordante e la supina sottomissione del “concerto delle nazioni” quando lo Zio Sam fa una delle sue solite sfuriate in totale violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Questo probabilmente sta cambiando, ma molto, molto lentamente. La maggior parte dei politici del mondo sono proprio come i membri del Congresso degli Stati Uniti: prostitute (e di quelle a buon mercato).

Il più grande vantaggio per la Russia è che gli Stati Uniti si stanno disgregando internamente economicamente, socialmente, politicamente – in tutti i modi. Con il passare degli anni, gli Stati Uniti, una volta più prosperi, stanno iniziando a sembrare sempre più un paese del Terzo Mondo. Oh, certo, l’economia americana è ancora enorme (ma si sta riducendo rapidamente!), ma questo è privo di significato quando la ricchezza finanziaria e la ricchezza sociale si fondono in un indice completamente fuorviante di pseudo-prosperità. Questo è triste, davvero, un paese che dovrebbe essere prospero e felice viene dissanguato dal, diciamo, “parassita imperiale” che si sta “nutrendo” di esso.

In fin dei conti, i regimi politici possono sopravvivere solo con il consenso di coloro che governa. Negli Stati Uniti questo consenso è chiaramente in fase di ritiro. In Russia non è mai stato più forte. Ciò si traduce in una grande fragilità degli Stati Uniti e, quindi, dell’impero (gli Stati Uniti sono di gran lunga l’ospite più grande del parassita imperiale anglo-sionista) e una delle principali fonti di resistenza per la Russia.

Tutto quanto detto sopra si applica solo ai regimi politici, ovviamente. Il popolo della Russia e degli Stati Uniti hanno esattamente gli stessi interessi: abbattere l’Impero con il minor numero possibile di violenze e sofferenze. Come tutti gli imperi, l’Impero USA ha per lo più abusato degli altri nei suoi anni formativi e culminanti, ma come ogni impero decadente ora sta abusando principalmente della sua stessa gente. È quindi fondamentale ripetere sempre che degli “USA senza Impero” non avrebbero motivo di vedere un nemico nella Russia e viceversa. In effetti, la Russia e gli Stati Uniti potrebbero essere partner ideali, ma i “parassiti imperiali” non permetteranno che ciò accada. Quindi siamo tutti bloccati in una situazione assurda e pericolosa che potrebbe provocare una guerra che distruggerebbe completamente la maggior parte del nostro pianeta.

Per quanto ne valga la pena, e nonostante la costante russofobia isterica nei media sionisti americani, non rilevo assolutamente alcun segno che questa campagna stia avendo successo con la gente degli Stati Uniti. Al massimo, alcuni di loro abboccano ingenuamente alla favola “i russi hanno cercato di interferire nelle nostre elezioni”, ma anche in questo caso questa convinzione viene mitigata dalla considerazione “niente di nuovo, lo facciamo anche noi in altri paesi”. Devo ancora incontrare un americano che creda seriamente che la Russia sia un qualche tipo di pericolo. Non rilevo nemmeno reazioni superficiali di ostilità quando, ad esempio, parlo russo con la mia famiglia in un luogo pubblico. In genere, ci viene chiesto in quale lingua stiamo parlando e quando rispondiamo “russo” la reazione normalmente è “fico!”. Molto spesso sento persino “cosa ne pensi di Putin? Mi piace davvero”. Questo è in forte contrasto con il governo federale, che la stragrande maggioranza degli americani americani sembra odiare con passione.

Per riassumere il tutto, direi che in questo momento della guerra Stati Uniti-Russia, la Russia sta vincendo, l’Impero sta perdendo e gli Stati Uniti stanno soffrendo. Per quanto riguarda l’UE, “gode” di una meritata irrilevanza, pur essendo per lo più impegnata ad assorbire ondate di rifugiati che distruggono la società, provando, ancora una volta, la verità del detto che afferma che se hai la testa sotto la sabbia, hai il culo all’aria.

Questa guerra è lungi dall’essere conclusa, non penso nemmeno che abbia raggiunto il suo culmine, e le cose andranno sempre peggio prima di migliorare di nuovo. Ma, tutto sommato, sono molto ottimista sul fatto che l’Asse della Gentilezza, in un futuro relativamente non troppo lontano, mangerà la polvere.

Traduzione: Raffaele Ucci

Fonte: The Saker

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