06 giugno 2017

TECNOLOGIA RIVOLUZIONARIA REALIZZATA DA ITALIANI: LA TRASMISSIONE DELL'ENERGIA ELETTRICA SENZA FILI (IDEA DI TESLA)



Rete elettrica addio: non piu' tralicci, cavi, piloni che impattano sul paesaggio e sull' ambiente, non piu' spine e prese elettriche in casa, il futuro dell'energia e' "senza fili", in un prossimo scenario, sara' infatti una nuova formula legata all'energia e alla massa a trasportare l'elettricita'.

Questo new deal energetico, che prende spunto da alcuni esperimenti fatti a fine Ottocento da Nikola Tesla - il genio della Fisica che per primo ha ipotizzato e messo in pratica questo metodo senza riuscire ad avere finanziamenti per proseguirne lo sviluppo - ed e' allo studio di un team di ricercatori guidati da Marco Santarelli, direttore scientifico di Res On Network e membro scientifico del progetto di ricerca Netonnets, ha avuto anche una prima applicazione pratica con l'illuminazione del terzo piano della Torre di Cerrano, nell'Area Marina Protetta del Cerrano (Abruzzo) e sara' presentato a Milano alla decima edizione del Festival dell'energia.

"In questo momento - sottolinea Santarelli- la trasmissione dell'energia senza fili e' la frontiera della ricerca in tutto il mondo perche' eliminare i 'cavi' rendera' i nostri dispositivi e tutto cio' con cui interagiamo molto piu' efficiente, pratico e decisamente meno costoso. Con tale scoperta potremmo prevenire black-out e fornire interi quartieri con energia in surplus di impianti rinnovabili.

Stiamo conducendo esperimenti importanti sulla rete elettrica tradizionale con un approdo ad un'energia senza fili che sfrutta anche l'energia da elementi ambientali secondo il principio della cosiddetta 'risonanza reciproca'. L'esperimento e' registrato come 'Elastic Energy' in team con esperti internazionali". 

Ma come funziona?

Per la trasmissione dell'energia prodotta da fonti rinnovabili e da una determinata massa o materia reperibile nell'ambiente, occorrono principalmente tre elementi: due bobine in rame, poste in qualsiasi posto, dette bobine di Tesla, che trasformano l'energia raccolta e creano nello spazio compreso fra loro un campo di forza e un trasformatore che rende il segnale energetico fruibile da una lampadina o da qualsiasi dispositivo richiedente energia elettrica, come elettrodomestici, Tv o computer, che cosi' non avranno piu' bisogno di essere attaccati a una spina per funzionare.

Dopo il primo esperimento nella Torre di Cerrano e' in corso il Progetto "Isola delle Reti" che vuole portare in un ecosistema molto fragile - l'Isola dei Pescatori, Stresa (VB) - in collaborazione con Enti internazionali, una sperimentazione e un miglioramento delle Reti di Tesla e di una ricerca fatta dal MIT anni fa.

I tempi per la diffusione di questa rivoluzione energetica non sono lontani, l'esperimento in Abruzzo ha dimostrato che e' possibile trasmettere energia a una distanza di 500 metri e di produrre e stoccare 1 kw e mezzo di energia al giorno e fra meno di un anno sara' pronto un primo prototipo che mostri il funzionamento delle bobine trasmettitrici a circa 20 km.

"Personalmente - conclude Santarelli- sia con il brevetto di Biro robot che permette il, monitoraggio real time dei consumi energetici, sia con quello dell'energia senza cavi, sto cercando di dimostrare che dalla scienza arrivano le soluzioni per abbattere i costi, l'inquinamento ambientale e prevenire i black-out. Nel prossimo futuro il costo dell'energia, luce e calore, potra' essere quasi zero e avremmo sempre meno interruzioni monitorando meglio l'efficienza energetica. Questo studio permettera' anche di monitorare meglio fenomeni legati alle infrastrutture critiche quali crisi e attacchi terroristici"

Redazione


30 maggio 2017

BCE VUOLE CONDIZIONARE LE SCELTE POLITICHE DEI PAESI DELL'EURO A PARTIRE DALL'ITALIA (CHI LE DA' IL DIRITTO DI FARLO?)



FRANCOFORTE - Ormai, la Bce si comporta non più come una banca, ma come fosse a capo della Ue con il diritto di veto e critica su stati, governi, elezioni. Questa sua invadenza ormai non ha più limiti ed è inaccettabile. Un po' come se - ad esempio - l'Ad di Unicredit o Banca Intesa dettassero la linea al governo, decidessero quali riforne vanno bene e quali no, stabilissero perfino se le elezioni siano opportune oppure no. 

E' esattamente quanto sta facendo la Bce.

"Il potenziale rialzo dei tassi di interesse sui titoli di Stato potrebbe riaccendere gli interrogativi dei mercati sulla sostenibilità dei debiti pubblici e delle imprese, anche a causa dell'incertezza politica su alcuni Paesi dell'area euro".

Questo è uno dei 4 rischi chiave identificati dalla Bce nel suo rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria, anche se in verità il suo allarme è invece politico, ambito che non solo non le compete, ma che le è precluso.

"Negli ultimi sei mesi - si legge - la maggior parte degli stress sistemici nell'area euro sono rimasti a bassi livelli". Ed è appunto questo il binomio che caratterizza la relazione: la situazione generale è positiva ma con una incognita sull'obbligazionario, ovviamente correlata alla possibilità che la stessa bce proceda ad una graduale riduzione del suo piano di acquisti di titoli. "Il clima dei mercati finanziari è migliorato nel periodo in esame, ma permangono i rischi di riprezzamento sui bond", afferma il rapporto. "La redditività delle banche resta flebile e le prospettive risentono di una serie di fattori strutturali", tra cui la necessità di smaltire i crediti deteriorati, problema che riguarda anche l'Italia. Nel frattempo "la crescente mole del segmento degli investimenti finanziari ha il potenziale di amplificare i rischi alla stabilità finanziaria".

In questo quadro il rapporto identifica quattro rischi chiave sulla stabilità sui prossimi 2 anni. Il primo è questo di un "riprezzamento su scala globale delle attività a reddito fisso, con possibili ripercussioni sulle condizioni finanziarie", che potrebbe essere innescato da un cambio di aspettative dei mercati sulle politiche monetarie o economiche. Il secondo rischio chiave è quello di una sorta di spirale negativa tra bassa redditività delle banche e bassa crescita economica, mentre il settore sta affrontando sfide strutturali. Il terzo grande rischio è nella sovramenzionata possibilità di un riaccendersi "delle preoccupazioni sulla sosteniblità dei debiti pubblici e privati, nell'ambito di un riprezzamento del mercato obbligazionario e di incertezza politica in alcuni Paesi". Infine, l'ultimo rischio è quello sulle liquidità nelle imprese non finanziarie e le eventuali ricadute di problemi di questo tipo sul settore finanziario stesso. Infine, vi è il tema Brexit che tuttavia al momento non viene annoverato tra i rischi prevalenti. Anche se la Bce raccomanda alle banche di approntare "piani di transizione" su questa procedura.

Insomma, la Bce a guida Draghi - al cappio della Germania - si comporta come fosse la padrona dei governi d'Europa. Una padrona non democratica, in quanto non ha alcun mandato elettorale per esserlo, e per di più schermata da un muro di "immunità" sul piano legale e giudiziario (basti leggere il suo statuto) degno solo di una dittatura sudamericana.

Redazione Milano

VI SIETE SCORDATI DI MPS, POPOLARE DI VICENZA E VENETO BANCA? LA UE-BCE NO: LA PRIMA FORSE SI SALVA LE ALTRE DUE KAPUTT


La vicenda delle tre banche italiane da salvare, MPS, BPVI e VenetoBanca sembra assumere sempre più i contorni della farsa se non della tragedia.

Mentre i tedeschi hanno sistemato le loro banche traballanti facendo ampio ricorso ad aiuti pubblici, per quelle italiane si prospetta il fallimento o quasi.

E’ di queste ore la notizia che per le due banche venete, oltre alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello stato, viene richiesto da parte degli oligarchi ue anche un nuovo intervento privato per circa 1 miliardo di euro, 1.936.270.000.000 di vecchie lire, e questo perché la “ricapitalizzazione precauzionale” non può farsi carico dei crediti marci già accertati. Questo significa che dovranno essere venduti a valore di mercato, con ulteriori perdite a bilancio che richiederebbero appunto circa un miliardo di risorse fresche da trovare tra investitori privati. Chi possa essere così pazzo da fare un investimento a perdere, dopo la voragine che neppure Atlante è riuscito a coprire, non è dato sapere.

L’unica cosa certa è che senza questo intervento privato, non ci sarà l’ok da parte del IV Reich al salvataggio pubblico.

A questo c’è da aggiungere un aspetto tutt’altro che insignificante: gli azionisti di Popolare di Vicenza, che hanno accettato le somme proposte dall’istituto di credito per transare ed evitare cause civili, potrebbero vedersele tassate con aliquota progressiva, aggiungendo al danno la beffa! Questo accade perché la banca, ben attenta ai propri interessi, ha sempre usato il termine “ristoro” e non “rimborso danni subiti”. Questa sottigliezza fa sì che le somme percepite dagli azionisti Popolare di Vicenza non possano finire in tassazione separata, ma in cumulo agli altri redditi, facendo così lievitare lo scaglione di tassazione. In una parola: bastonati due volte. Chiaramente, se si fosse usato il termine “rimborso danni subiti”, sarebbe stata un’ammissione di responsabilità che il management dell’istituto si guarda bene dal volersi prendere.

Tuttavia se Sparta piange, Atene non ride: anche la vicenda del Monte dei Paschi di Siena, la banca più antica al mondo, sopravvissuta e guerre, invasioni, carestie e cataclismi vari, ma non ai manager in quota piddì potrebbe portare ad un nuovo bagno di sangue.

Infatti, oltre al massacro di azionisti ed obbligazionisti, ci sarà quello dei lavoratori: bce e commissione chiedono infattti 10.000 licenziamenti su un totale di 25.000 dipendenti. Diecimila famiglie che vedranno drasticamente ridursi le loro entrate non per colpa loro, ma per l’incapacità più o meno voluta del management di gestire la banca di Rocca Salimbeni.

Quello che mal sopportiamo, di tutta questa vicenda, è che a parità, se non situazione peggiore, i padroni del vapore della ue, ovvero i tedeschi e, in misura minore i francesi, hanno sistemato le loro banche infischiandosene del “divieto di aiuti di stato” piuttosto che dei vincoli di bilancio, tutte cose che vengono al contrario richieste e pretese da noi. A questo si somma il fatto che al momento nessuno dei responsabili di questi immani disastri, siano politici piuttosto che manager, abbia minimamente pagato il conto e che, anzi, quest’ultimo sia stato presentato più e più volte a chi ha avuto la sola colpa di essersi fidato del proprio direttore di filiale quand’anche non dello sportellista.

Un governo degno di questo nome avrebbe già sbattuto i pugni sul tavolo degli oligarchi di bruxelles e se ne sarebbe infischiato dei vari “sacri parametri”, che valgono sistematicamente per i paesi mediterranei e mai per la germania ed i suoi alleato. Sfortunatamente per noi, non abbiamo una classe politica, ma solo dei maggiordomi di interessi altrui, questo, almeno, fino alla prossima tornata elettorale, sempre che non escogitino un sistema di voto per perpetuare questo sistema.

Luca Campolongo

Fonti

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-05-21/popolare-vicenza-e-veneto-banca-ecco-perche-salvataggio-corre-sempre-piu-filo-rasoio-155012.shtml?uuid=AExVuSQB

https://scenarieconomici.it/attenzione-chi-ha-accettato-la-transazione-con-bpvi-e-vb-rischia-di-vedere-il-proprio-ristoro-tassato-in-modo-progressivo-ennesimo-gravissimo-pasticcio-sulla-pelle-dei-risparmiatori/

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-05-23/mps-confermati-88-miliardi-entro-luglio-l-ingresso-stato-083147.shtml?uuid=AExBK2QB

http://it.ibtimes.com/banche-e-aiuti-di-stato-perche-la-germania-e-piu-uguale-degli-altri-1427714

SONDAGGIO: LA MAGGIORANZA DEI CITTADINI DELLA REPUBBLICA CECA VUOLE USCIRE DALLA UE (E IL 79% E' CONTRO L'EURO)


Nonostante la stampa di regime controllata dalle oligarchie Ue continui a ripetere fino alla nausea - specialmrnte in Italia - che l'euro e' stato un grande successo, la realta' e' che chi ne e' rimasto fuori sta facendo di tutto per non entrarci perche' sa benissimo che l'euro porta solo miseria e recessione.

A tale proposito e' indicativo un recente sondaggio fatto nella Repubblica Ceca: su 1033 persone - campione statistico rappresentativo dell'intera popolazione di questa nazione - a cui è stata chiesta l'opinione rispetto l'euro e la Ue da parte del Public Opinion Research Centre, i risultati dimostrano come il popolo ceco sia piuttosto scettico riguardo all'euro e all'Unione Europea. Anzi, decisamente contrarioad entrambi.

I risultati del sondaggio non lasciano spazio a interpretazioni: solo il 21% dei cechi ha detto di voler adottare la moneta unica, un miglioramento rispetto al 17% dell'anno scorso - quando è stato realizzato il medesimo sondaggio - ma rimane il fatto che il 79% voglia restarne fuori. Niente euro, grazie, è il messaggio forte e chiaro inviato tanto al governo di Praga che a Bruxelles.

Il popolo ceco e' anche fortemente scettico riguardo all'Unione Europea, basti pensare che solo il 36% crede che la UE abbia un futuro (l'anno scorso erano il 39%) e gli stessi che hanno dato un futuro alla Ue vorrebbero (con un punto percentuale in meno, 35%) una maggiore integrazione.

Il 40% vuole invece uscire dalla UE mentre un altro 25% vuole mantenere le cose come stanno, specialmente per ciò che riguarda il blocco delle frontiere ai cladestini che viceversa la Ue vorrebbe imporre. 

Questo sondaggio e' importante perche' di recente la UE ha dichiarato che per il 2025 tutti i paesi membri devono adottare l'euro ma al momento non e' chiaro come questo possa essere fatto visto il forte euroscetticismo non solo dei cechi ma anche di altri paesi fuori dall'eurozona.

Certo l'euro e' il fattore determinante ma non e' l'unica ragione di questo euroscetticismo.

Infatti i cechi sono fortemente contrari ad accogliere i migranti che sbarcano in massa sulle coste italiane tant'e' che l'anno scorso il 61% era contrario ad accogliere rifugiati e probabilmente quest'anno questa percentuale e' ancora piu' alta.

Questa storia e' stata riportata alcuni giorni fa sul Daily Express ma in Italia e' stata fortemente censurata perche il governo vuole convincere gli italiani che solo i razzisti e gli ignoranti sono contrari all'euro e alla accoglienza senza limiti degli africani trasportati dalla Libia all'Italia con il placet del governo Pd e la connivenza delle Ong che trafficano assieme alle mafie islamiche libiche nel grande business dell'invasione africana dell'Italia e - pensano questi - dell'Europa.

Ovviamente e' falso che ribellarsi a tali inaudite decisioni del governo Pd sia sinonimo di razzismo e affermare che l'euro sia la più grande sciagura caduta addosso agli italiani sia sinonimo di ignoranza, visto che ben sei premi Nobel per l'Economia sostengono la medesima cosa. E' per tali motivi abbiamo riportato questa notizia, perche' vogliamo convincere gli italiani che sono in tanti a volere stare lontani da questo folle progetto.

GIUSEPPE DE SANTIS

GOVERNO UNGHERESE TAGLIA LE TASSE E AUMENTA GLI AIUTI A FAMIGLIE, SCUOLA E SICUREZZA (CON RAPPORTO DEBITO-PIL AL 2,4%)



LONDRA - In diverse occasioni abbiamo parlato di miracolo economico ungherese perche', al contrario delle nazioni dell'area euro, l'Ungheria ha ridotto le tasse e le bollette di luce, acqua, gas e nettezza urbana e ha aumentato la spesa sociale e anche la prossima finanziaria che sara' presentata in parlamento introduce misure che alcuni definiscono populiste ma in realta' seguono solo il buon senso.

Ma cosa contiene nello specifico la finanziaria ungherese?

Ebbene uno degli aspetti piu' interessanti e' che la tassa per le piccole aziende sarà portata al 13%, con una riduzione dell’1% mentre la tassa societaria generale rimarrà invariata (9%). 

Conformemente alle promesse precedenti i contributi a carico del datore di lavoro saranno ulteriormente diminuiti e portati dall’attuale 22% al 20%. Saranno aumentate le agevolazioni per le famiglie che hanno due bambini, che comporteranno un risparmio medio 420.000 HUF annui mentre l’aliquota IVA sui servizi catering, sui prodotti ittici e sui servizi internet sarà ridotta al 5%.

La finanziaria stanzierà inoltre 81 miliardi di fiorini (ca. 270 milioni di euro) in più per l’istruzione, 287 miliardi di fiorini (ca. 960 milioni di euro) in più per le pensioni ed i servizi sociali, 83 miliardi di fiorini (ca. 277 milioni di euro) in più per la polizia e sicurezza e 205 miliardi di fiorini (ca. 683 milioni di euro) in più per lo sviluppo economico.

La finanziaria prevede un deficit di 1.360,7 miliardi di fiorini (ca. 4,5 miliardi di euro) con entrate pari a 18.740,7 miliardi di fiorini (ca. 62,5 miliardi di euro) e spese di 20.101,4 miliardi di fiorini (ca. 67 miliardi di euro). 

L’obiettivo di deficit, calcolato secondo le regole contabili comunitarie, è pari al 2,4% del PIL.

Tutto questo puo' sembrare un sogno ma invece e' una solida realta' e tutto grazie alla lungimiranza della classe politica ungherese e del primo ministro Viktor Orban che mette al centro delle proprie politiche gli interessi dei cittadini.

Ovviamente lo stesso potrebbe esse fatto in Italia se solo ci fosse la volonta' politica e non a caso questa notizia e' stata completamente censurata perche' creerebbe parecchio imbarazzo alla nostra classe politica. Per incamminarsi sulla strada virtuosa che sta seguendo l'Ungheria, l'Italia dovrebbe abbanonare l'euro, avere quindi una propria valuta sovrana, respingere le immaginabili intromissioni dell'Fmi e per ultimo rintuzzare l'aggressione della Ue, che non sarebbe per nulla felice che l'Italia tornasse a essere un Paese sovrano. Le oligarchie burocratiche e finanziarie di Bruxelles non gradirebbero.

Noi ovviamente non ci stiamo e abbiamo deciso di divulgare questa notizia perche' vogliamo che l'Italia segua l'esempio ungherese.

GIUSEPPE DE SANTIS

LA MERKEL DOPO IL FLOP DEL G7 DI TAORMINA PUNTA A UNA UE ANCORA PIU' ''TEDESCA'' E VUOLE LA GUIDA DELLA BCE DOPO DRAGHI



BERLINO - La politica tentata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel nei confronti del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante il vertice del G7 tenutosi a Taormina, non ha avuto successo, per non dire che è stata un disastro. Lo scrive in un'analisi l'autorevole quotidiano tedesco "Frankfurter Allgemeine Zeitung", che rivela come Angela Merkel ne abbia preso atto passando a un'altra linea, piu' marcatamente "eurocentrica" ovvero germanocentrica: "Noi europei, ora, abbiamo il nostro destino nelle nostre mani", ha detto la Merke a margine del summit di Taormina, alla fine del quale si è rifiutata però di tenere una conferenza stampa.

"E' finito il tempo in cui potevamo fare pieno affidamento sugli altri", ha detto la Merkel al rientro in Germania, dopo un incontro con il leader della Csu, Horst Seehofer. L'Europa, ha avvertito, dovra' ergersi con maggior forza a tutela dei propri interessi, e "prendere davvero nelle proprie mani il suo destino". Molto facile a dirsi, molto meno a farsi.

La Merkel, sostiene il quotidiano, e' fiduciosa della dinamica rilevata nell'opinione pubblica tedesca da sondaggi come l'ultimo effettuato da '"Allensbach", secondo cui i tedeschi sono "piu' consapevoli dei benefici dell'Unione europea" e davvero sarebbe stato incredibile il contrario, dati tutti i vantaggi che hanno ottenuto e continuano ad ottenere grazie all'euro-marco.

Per la prima volta dopo la caduta del Muro di Berlino, i tedeschi chiedono a maggioranza una accelerazione del processo di integrazione europea. Si tratta di una tendenza che secondo il quotidiano riguarda l'Europa continentale nel suo complesso, come evidenziato dal movimento "Pulse of Europe", presente anche nelle principali citta' tedesche, e dalla modesta performance degli euroscettici alle elezioni in Olanda e Francia, benchè abbiano ottenuto molti milioni di voti e in Olanda, va detto, le forze coalizzatesi contro il partito nazionaliste di Wilders non siano riuscite fino ad oggi a formare un governo.

Le sfide politiche ed economiche all'integrazione europea, pero', sono tutte estreme, a partire da quella dell'immigrazione: e lo scontro di fatto col presidente Usa Trump non ha fatto che evidenziare questi nodi irrisolti. Per l'Europa stabilizzazione della Libia e' fondamentale, come e' fondamentale l'aumento delle risorse destinate alla Difesa e l'integrazione tra i paesi Ue in questo settore, sottolinea la Faz.

Il centro di comando comunitario per le operazioni militari inaugurato a Bruxelles e' un primo, importante passo in questo senso, precisa il quotidiano tedesco; e lo e' ancor piu' nell'ottica di un raffreddamento delle relazioni con gli Usa.

I paesi dell'Est Europa convintamente atlantisti, come la Polonia di Jaroslaw Kaczynski, sono portati dalla lontananza percepita di Washington a cercare sicurezza nella Germania (più che nell'Europa).

Infine c'e' la questione dell'unita' economica. Berlino e' incoraggiata dal fatto che il presidente francese neoeletto, Emmanuel Macron, si sia espresso durante la sua prima visita in Germania contro la "messa in comune dei debiti pregressi": un affare che non gioverebbe neanche alla Francia, sottolinea il "Frankfurter Allgemeine Zeitung", dati i bassissimi costi di rifinanziamento del debito di cui gode attualmente.

Parigi vorrebbe un bilancio comune con un ministro delle Finanze unico, ma non e' chiaro da dove questo ministero attingerebbe il proprio bilancio, e quali sarebbero le sue competenze, ovvero allo stato attuale sarebbe del tutto inutile.

Una delle opzioni sul tavolo e' la tassazione comunitaria delle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin Tax che però è ststa bocciata dai vertici Ue e anche da molti Paesi perchè sarebbe un aiuto alla Gran Bretagna, favorendo la fuga di capitali e di operatori finanziari verso il Regno Unito, dove ovviamente la Tobin Tax - se fosse decisa dalla Ue - non ci sarebbe.

Anche sulla modifica dei trattati europei, il cancelliere Merkel ha aperto una porta: "Dal punto di vista tedesco e' possibile modificare i trattati", ha dichiarato, ma per farlo serve l'unanimità delle Ue, cosa impensabile. Per la Germania, comunque, l'obiettivo immediato è tutto un altro, è l'elezione di Jens Weidmann come successore dell'italiano Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea: un obiettivo che Berlino e' consapevole richiedera' alcune concessioni, ma certamente produrrebbe forti tensioni dentro l'eurozona specialmente in Italia.

Per il momento, Berlino sa di poter quantomeno contare su un rinnovato asse con Parigi, soprattutto in chiave "anti-populismi", chiave piuttosto fragile: le alleanza contro qualcosa sono ben differenti di quelle a favore di un progetto. Il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire e il suo omologo tedesco, Wolfgang Schaeuble, hanno concordato l'istituzione di un gruppo di lavoro per produrre nei prossimi mesi proposte di riforma della zona euro. Uno dei tanti gruppi di lavoro aperti e mai chiusi con dei risultati in questa Ue divisa su tutto.

Redazione Milano

STAMPA FRANCESE: LEGGE ELETTORALE SBAGLIATA, MA IL PD VUOLE VOTARE PRIMA DELLA ''MANOVRA GRECA'' CHE IMPORRA' LA UE


"Non c'e' tre senza quattro" potrebbe essere il precetto elettorale di questo anno 2017 in Europa: e' la previsione del quotidiano economico francese "Les Echos", secondo cui dopo la Francia, la Gran Bretagna e la Germania, anche l'Italia potrebbe essere chiamata alle urne nel prossimo autunno. La scadenza naturale delle elezioni parlamentari italiane, ricorda il corrispondente da Roma Olivier Tosseri, e' nella primavera del 2018: ma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non si opporrebbe ad uno scrutinio anticipato in caso di accordo tra i partiti su una nuova legge elettorale; si tratta di un vero e proprio serpente di mare della vita politica italiana, che da almeno dodici anni riappare e scompare alla ricerca di un sistema di voto che incontri il piu' largo consenso possibile.

Ora sembra proprio che la soluzione stia per esser trovata: l'Italia sta cercando ispirazione nel modello della Germania, il cui sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5 per cento dei suffragi sembra essere quello privilegiato dai partiti. In questo scenario, sarebbero quattro le formazioni politiche nel futuro Parlamento: il Partito democratico (Pd) di Matteo Renzi, Forza Italia di Silvio Berlusconi, la Lega nord di Matteo Salvini ed il Movimento 5 stelle (M5s) di Beppe Grillo.

Una nuova legge elettorale cosi' concepita segnerebbe la fine del bipolarismo che ha caratterizzato la vita politica italiana dal 1993 ed anche del tripolarismo emerso negli ultimi tre anni; ed imporrebbe, proprio come in Germania, una "Grosse Koalition" che a Roma gia' definiscono "governo Renzusconi": i partiti dei due ex presidenti del Consiglio sarebbero infatti costretti a trovare un'intesa tra loro per impedire l'arrivo al potere del M5s, che d'altronde ha dato il suo accordo di principio al fine di andare al piu' presto alle urne e capitalizzare la sua ascesa nei sondaggi. grillo ha persino proposto una data, il 10 settembre, mentre Renzi pensa al 24 settembre, in contemporanea con l'elezione del Bundestag tedesco.

Tuttavia l'esito, secondo la previsione del corrispondente di "Les Echos", potrebbe essere piu' simile a cio' che e' successo in Spagna: elezioni a ripetizione per oltre dieci mesi alla ricerca di una maggioranza di governo; tutto il contrario, commenta Tosseri, di quella stabilita' di cui l'Italia e l'Unione Europea hanno imperativamente bisogno.

E d'altra parte, se davvero il "Renzusconi" avesse la maggioranza, la quota Berlusconi in questo governo sarebbe di minoranza. L'ex Cavaliere si troverebbe nella medesima scomoda e imbarazzante posizione oggi di Alfano, un utile complemento al Pd, utile solo finchè serve al Pd. Ma anche la tenuta interna dei due partiti che formerebbero il "Renzusconi" sarebbe ad altissimo rischio. L'italico vizio di abbandonare il partito che li ha fatti eleggere in Parlamento, sarebbe davvero miracoloso se non riaffiorasse nella condotta di molti onorevoli anche nella nuova legislatura. 

Alla stampa economica francese, in buona sostanza, appare azzardato non tanto il ricorso alle urne in Italia, ma l'ennesimo pasticcio sulla legge elettorale, la quinta in ordine di tempo dal 1994 ad oggi. In tutta Europa non è mai accaduto nulla di simile. E per di più, con questa nuova legge sarà difficilissimo formare un esecutivo.

E la considerazione ultima riguarda i tempi delle nuove elezioni. Considerato il fatto che il Pd è al governo, l'urgenza di ricorrere alle urne da parte del Pd con la prospettiva di - nella migliore delle ipotesi - tornare a Palazzo Chigi con un "alleato" di gran lunga più scomodo dell'attuale Ncd di Alfano, si spiega solo con la necessità di evitare a tutti i costi di andare ad elezioni alla scadenza naturale di primavera 2018.

Quindi, la domanda a cui rispondere è: cosa accadrà in autunno-inverno 2017 in Italia di così grave per cui il Pd non vuole per nessun motivo essere a capo del governo, già sapendo ora che se accadesse - dopo - alle urne subirebbe una catastrofica sconfitta?

La risposta è semplice: la Commissione Ue imporrà all'Italia una "cura" simile a quella greca e per somministrarla agli italiani il Pd vuole che le elezioni siano già avvenute.

Redazione Milano

16 maggio 2017

ITALIA PROSSIMA ALLA BANCAROTTA: PIL AFFONDA (+0,6% NEL 2017) DEBITO PUBBLICO ESPLODE AL +137,6% (+44,4 MLD IN 12 MESI)



Il Pil italiano ristagna allo 0,2% nel primo timetre 2017 con una proiezione annua da incubo, allo 0,6%. L'eurozona nel medesimo trimestre ha segnato +0,5%. Nella classifica degli Stati membri dell'euro, peggio dell'Italia fa solo la Grecia con un -0,1%.

Nel IV trimestre del 2016 il Pil italiano era cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell'1% su base annua. La variazione acquisita per il 2017 e' pari solo allo 0,6%, ripetiamo.

La variazione congiunturale del primo trimestre dell'anno, ha spiegato oggi l'Istat mostrando questi dati, e' la sintesi di una diminuzione degli utili nel comparto dell'industria e di un aumento sia in quello dell'agricoltura, sia in quello dei servizi. che però non bilanciano affatto la caduta.

Dal lato della domanda, vi e' un contributo positivo della componente nazionale e un apporto negativo della componente estera netta, come a dire che le esportaziooni precipitano. Confcommercio parla di crescita debole che "conferma quanto gia' emerso dagli altri indicatori congiunturali e perfettamente coerente con la modesta dinamica che contraddistingue l'economia italiana del dopo crisi".

Anche secondo Confesercenti il dato di oggi "dimostra che la strada per consolidare la ripresa e' ancora lunga e tortuosa". Andrea Goldstein, Managing Director di Nomisma, sottolinea che l'economia italiana "e' ancora in difficolta' e la luce della ripresa su basi solide e ampie e' sempre distante". Infine secondo Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor, i numeri "non sono positivi" e "procedendo con i tassi di crescita attuali il ritorno del Pil italiano ai livelli ante-crisi non avverra' invece prima del 2025".

Ma il dato molto più allarmante di tutti quelli fin qua scritti è un altro e non è stato - pensiamo volutamente - rilanciato dai media italiani, per non mettere in estrema difficoltà il governo Pd con l'opinione pubblica, che potrebbe davvero essere preda del panico: il rapporto debito/pil dell'Italia alla luce dei dati di oggi schizza a un mostruoso 137,6%. Un dato da bancarotta. 

E non basta: il vero allarme arriva dal fatto che il debito pubblico da aprile 2016 ad aprile 2017 è aumentato di 44,4 miliardi di euro arrivando a 2.260,4 miliardi di euro. In pratica, durante l'ultimo governo Renzi crollato dopo la pesantissima sconfitta referendaria del dicembre 2016 e a seguire nei primi quattro mesi del governo Gentiloni, il debito pubblico è cresciuto del 2,7% ed è una vera follia. 

Follia alla quale va aggiunta la notizia che simmetricamente è anche aumentato il gettito fiscale! Come a dire che il governo Pd nonostante sprema gli italiani come limoni con tasse su tasse non solo non riesce a far abbassare il debito pubblico, ma al contrario lo fa aumentare con percentuali pazzesche. 

A tutto ciò, va ancora aggiunto quanto segue:

1) Il governo Pd spende 4,6 milirdi di euro l'anno per mantenere in Italia orde immani di africani che non hanno alcun diritto d'asilo e infatti la Ue non li accetta per il "ricollocamento" in Europa e tutti gli stati Ue hanno sbarrato le frontiere ai "migranti" presenti sul suolo italiano. 4,6 miliardi di euro l'anno compongono più del 10% dell'aumento del debito pubblico prima descritto (44,4 miliardi di euro negli ultimi 12 mesi)

2) La Ue non intende riconoscere la spesa-africani come spesa eccezionale e quindi fuori dal patto di stabilità

3) La Ue non intendere elargire fondi per la ricostruzione delle zone terremotate italiane, e non solo: non riconosce tale spesa come straordinaria. Si tratta di non meno di 12 miliardi di euro. 

4) La Ue impone all'Italia il rispetto del malefico "pareggio di bilancio" per il quale il disavanzo debito/pil deve calare all'1,8% quando invece con questa crescita ridicola allo 0,6% resa nota oggi non c'è dubbio schizzerà di nuovo vicino al 3%.

Questi numeri non ammettono "interpretazioni" e conducono a una sola conclusione: l'Italia e la Ue sono in rotta di collisione. Se il governo Pd la vuole impedire, deve preparare una "rapina" vera e propria ai danni degli italiani con una catastrofica patrimoniale per contanti sui conti correnti e depositi d'ogni genere dell'importo di non meno di 60 miliardi di euro. E dovrà farla entro l'autunno di quest'anno. 

Se non sarà patriomoniale, sarà bancarotta, preceduta dalla "procedura d'infrazione" che causerà difficoltà sempre maggiori per raccogliere capitali tramite Btp e ogni altro genere di titolo di stato italiano, innalzamento dello spread, e colpo di grazia finale dato dalla Bce che nei primi mesi del 2018 terminerà la droga del Quantitative Easing, ovvero l'acquisto a mani basse - come sta facendo ora - per 60 miliardi di euro al mese di titoli di stato dell'eurozona sul mercato secondario, quello che determina gli spread. 

Siamo davvero a un passo dalla catastrofe.

Redazione MIlano




14 maggio 2017

Suicidario.....

Milano. Oggi si è suicidato un ragazzo che conoscevo Fabio, un giovane non più di 40 anni, affetto da epilessia,  qualche mese fa ha perso la mamma, due settimane fa è stato licenziato. Non ha dato segni di instabilità ieri sera era giù al bar con gli amici  dove ha preso parte a una partita a scopa d'assi, ritiratosi a casa verso la mezzanotte a salutato tutti con un sorriso, l'hanno trovato questa mattina sul piazzale del cortile alle 06,00h si è  buttato giù  dal suo balcone in via Placido Riccardo 19 Milano. Un ragazzo molto riservato educato e rispettoso, non è riuscito a vincere questa condizione ingiusta, non è stato capace di confidarsi con nessuno, parlare della sua condizione psicofisica, a preferito farla finita.  Questo è un altro omicidio di stato, come Fabio ci sono milioni di giovani che non hanno più speranza e la voglia di andare avanti o cercare di combattere.
Suicidi tra i disoccupati sempre in aumento, cosa sta succedendo in Italia?
In Italia i suicidi tra i disoccupati stanno aumentando. Cosa sta succedendo nel nostro paese, cosa spinge le persone a un gesto simile?
La disoccupazione è salita vertiginosamente, siamo all'11,5% migliaia di posti di lavoro in meno solo nell'ultimo anno. Ciao Fabio un saluto da tutti gli amici del bar.

Nel periodo che registra un forte impatto della crisi sul mercato del lavoro, i suicidi di disoccupati in Italia rappresentano il 13 per cento del totale dei suicidi. Dei disoccupati suicidi alta è la componente di quanti avevano perduto il lavoro ed erano alla ricerca di una nuova occupazione (il 79,6 per cento). Per ogni 100 mila disoccupati si  registrano 17,2 suicidie 5,6 suicidi tra gli occupati. Tra gli inattivi (pensionati, studenti e casalinghe), l’indice di rischio si attesta a 4,8 suicidi ogni 100 mila residenti. L’Istat segnala anche il rischio suicidario cui è esposto, in tempo di crisi, il mondo del lavoro autonomo (lavoratori in proprio, imprenditori e liberi professionisti). All’interno di questa componente si contano 336 suicidi nel 2010 valori di poco inferiori a quelli dei suicidi compiuti dai disoccupati. L’indice di rischio per queste categorie è pari a 10 ogni 100 mila imprenditori e liberi professionisti ed a 5,5 per i lavoratori in proprio. Tra i lavoratori dipendenti, categoria che in termini assoluti raccoglie la maggioranza dei suicidi ossia 790 nel 2010 (quasi il 26 per cento del totale dei suicidi) si registra un indice pari a 4,5 suicidi ogni 100 mila dipendenti.
-Enzo Vincenzo Sciarra'

11 maggio 2017

Giordania pronta ad entrare in guerra contro la Siria


Un importante esperto militare giordano ha dichiarato che la Giordania si prepara ad entrare in guerra contro la Siria in sostegno ai gruppi terroristici.

“Le zone meridionali della Siria lungo i confini settentrionali giordani sono di vitale importanza, ed è molto probabile che la Giordania entri nella guerra in Siria in un momento in cui le equazioni sono disturbate dalla presenza dell’esercito siriano e dei suoi alleati nella Siria meridionale”, ha dichiarato Sami al-Majali, generale giordano in pensione.

E’ assodato che gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati nella regione mirano alla disintegrazione dei Paesi vicini di Israele, dietro pressioni della lobby sionista. “La lotta contro il terrorismo è un trucco degli occidentali per prolungare la guerra nella regione e distruggerla”, ha dichiarato Majali. Queste osservazioni giungono dopo che l’esercito americano ha concentrato truppe e mezzi militari sul confine siro-giordano.

Fonti locali riferiscono che circa venti blindati dell’esercito degli Stati Uniti (tra cui carri armati e pezzi di artiglieria) sono stati avvistati ad Al-Mafraq. Le truppe statunitensi sono state accompagnate dalla 3^ Divisione dell’esercito giordano.

Le Forze Speciali degli Stati Uniti, le Forze Speciali del Regno Unito e le unità provenienti da altri Paesi stanno conducendo da diversi mesi operazioni attraverso il confine siro-giordano. Esiste anche una struttura militare segreta all’interno della Siria, dove membri dei cosiddetti “ribelli moderati” vengono addestrati dalle forze Usa.

La nave americana Liberty, carica di veicoli è arrivata al porto giordano di Al-Aqapa pochi giorni fa. Queste iniziative militari si sono sviluppate dopo l’incontro tra il re giordano e il presidente degli Stati Uniti.

di Redazione

Raid israeliano a Damasco, e la copertura antiaerea russa?


Un raid israeliano a Damasco ha colpito depositi e magazzini nei pressi dell’aeroporto. Stando ai commenti del ministro dell’Intelligence israeliano Yisrael Katz, sarebbero stati colpiti depositi di armi destinate ad Hezbollah; tali affermazioni sono confermate dall’intenso traffico aereo proveniente dall’Iran, e dall’arrivo di un cargo particolarmente importante appena prima dell’attacco.

Il raid israeliano a Damasco è in linea con le violente pressioni di Israele sulla Casa Bianca perché vengano adottate misure internazionali atte a impedire a Teheran di rafforzare Hezbollah, e di espandere la sua influenza in Siria.

I raid israeliani sulla Siria non sono una novità; Tel Aviv ha sempre ritenuto di poter intervenire a suo piacimento sui territori degli Stati vicini, tuttavia, il 17 marzo scorso, Damasco ha reagito con il lancio di missili a un ennesimo raid aereo israeliano, segnalando che il Governo siriano non intende più sopportare le provocazioni di Tel Aviv.

Secondo diversi analisti, l’entità sionista è stata sorpresa dalla reazione siriana, ritenendo che non sia nell’interesse di al-Assad l’apertura di un ulteriore fronte di confronto con Israele: tuttavia, l’evolvere della guerra in Siria sta evidenziando la completa sconfitta delle potenze straniere (fra cui appunto Israele) che hanno scommesso sullo smembramento del Paese.

In tale ottica, il continuare delle incursioni israeliane in territorio siriano contro obiettivi della Resistenza, in specie di Hezbollah, è inaccettabile ai fini sia della strategia della guerra in Siria, sia dell’impegno complessivo dell’Asse della Resistenza.

Alla luce degli eventi, comincia ad aprirsi una divaricazione fra gli obiettivi sostenuti dall’Asse della Resistenza e quelli sostenuti da Mosca, che ha il cuore dei suoi interessi altrove, una realtà più che un’ipotesi, visto che il raid israeliano a Damasco contro obiettivi di Hezbollah sarebbe stato impossibile senza la tacita acquiescenza della Russia, che di fatto ha il controllo areo dell’area.

In buona sostanza, e con buona pace dei tanti “tifosi” acritici, Mosca non ha interesse a sposare l’Asse della Resistenza, né tanto meno Hezbollah, con cui peraltro ha molti rapporti ritenendolo un attore estremamente affidabile dell’area.

Per questo, fin quando l’Asse della Resistenza non sarà in grado di blindare autonomamente lo spazio aereo siriano e libanese, incursioni come il raid israeliano a Damasco saranno destinate a continuare. E per la medesima ragione, gli interessi dell’Asse della Resistenza possono essere garantiti e portati avanti essenzialmente dai suoi elementi.

di Salvo Ardizzone

I venti di guerra Usa soffiano forte in Sicilia


Quando gli adulti giocano alla guerra, i bambini non si divertono. E nemmeno le loro madri e coloro che preferirebbero che i governi ricomponessero le loro controversie per via di giustizia senza trascinarle per quella delle armi. 

Sicilia – Porto di Augusta

I venti di guerra che si levano dal Medio Oriente e che in questi giorni sembrano puntare verso la Corea del Nord, soffieranno forte anche in Sicilia. Le avventure imperialiste degli Stati Uniti si riforniscono nelle diverse basi militari disseminate per tutto lo stivale e rischiano di trasformare in obiettivi sensibili diverse città italiane.

Si vis pacem para bellum, ve lo ricordate? E preparare la guerra è quello che gli americani hanno fatto dalla fine del secondo e forse non ultimo conflitto mondiale. Lo hanno fatto imponendo al nostro Paese di “tollerare” la presenza di giacimenti e depositi di armi in diverse regioni italiane. Hanno ritagliato porzioni d’Italia dove il nostro diritto abdica alle leggi militari dei nostri più prepotenti alleati, sottraendoci interi territori per piegarli alla loro mania di dominio, in cambio di poco e a rischio della vita. La nostra, beninteso.

Dev’essere stata una conversione sulla via di Damasco quella del neo-presidente Trump, che, dopo aver sostenuto per tutta la campagna elettorale che il suo Paese non si deve interessare degli affari interni degli altri Stati e che in Siria la priorità resta la lotta al fantasma terrorismo, lo stesso che ultimamente sventola la bandiera dell’Isis, dopo le tante sventolate prima, notte tempo si è deciso a una dura rappresaglia con il preteso, ma ancora non provato, uso di armi chimiche da parte del governo di Assad.

Dalla sua ha invocato una convenzione del 1997, sottoscritta anche dalla Siria, che pone il divieto di adoperare simili armi in qualsivoglia tipo di conflitto. Poi certo, i diritti umani tanto cari allo zio Sam, soprattutto quando si invocano per giustificare l’intervento armato di qualche stato sovrano. Fight fire with fire o più semplicemente bombardamenti intensivi per amore della pace.

E la nostra amata Trinacria, questo triangolo d’isola nel cuore del Mediterraneo, che ruolo gioca nell’interventismo molto acrobata degli americani? Quello del palo parrebbe il più somigliante.

La base Muos, costruita a ridosso dalle prime abitazioni del Comune di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, ne è la prova più evidente. Quelle tetre antenne, mausoleo della nostra sudditanza psicologica oltre che economica alle fantasie di dominio degli Usa, svolgono proprio il ruolo di sentinella spiona. Sono lo strumento utilizzato per monitorare le attività nemiche e, in tempo di noiosa pace, quelle dei cittadini ignari le cui conversazioni scivolano dentro all’imbuto impiccione dei radar Muos. Ne sa qualcosa il fu Cavaliere Berlusconi, dietro alle cui intercettazioni, a detta di Wikileaks, ci sono proprio le antenne in suolo siciliano.

Ma non siamo solo gli ignari pali delle imprese belliche a stelle e strisce, noi abbiamo anche il privilegio di poterci sentire parte integrante e propulsiva delle scorribande armate in terre straniere.

Il pesante attacco missilistico del 7 Aprile scorso, portato a termine dalle cacciatorpediniere Uss Ross e Uss Porter della marina militare americana, si è rifornito di carburante e munizioni proprio ad Augusta, in provincia di Siracusa. I ben informati non ne hanno dubbi: è molto probabile che il carico di missili Tomahawk sia stato fatto nel porto di Augusta, attingendo al ricco deposito di Cava Sorciaro, in territorio Melilli. Lo stesso arsenale che riforniva e continua a rifornire tutte le principali operazioni di guerra statunitensi. Si parte dall’operazione “Desert Storm” della prima guerra del Golfo, per arrivare fino all’ultima “scampagnata” imperialista in Libia del 2011.

Sono gli stessi report della Us Navy a tracciare la scia e a permetterci di ripercorrere il sentiero di guerra attraverso cui si muovono le armi che poi stroncano le vite di migliaia di civili in ogni parte del mondo. La Uss Ross, una delle due cacciatorpediniere che hanno dato prova di grande valore nello scorso bombardamento contro la base di Al-Shayrat, era approdata ad Augusta lo scorso 19 Luglio per rifornirsi di munizioni prima di muovere verso il Mar Nero per quell’allegra parata annuale che è l’esercitazione di guerra Nato, in funzione anti-russa, e denominata romanticamente “Black Sea Breeze”.

I nomi che vengono scelti per mascherare o minimizzare la portata delle atrocità delle guerre moderne dovrebbe farci riflettere sull’importanza delle parole. Sea breeze significa brezza marina, venticello che viene dal mare. Le missioni di pace, già di per sé una contraddizione in termini, sono state portate a termine con i famigerati missili Tomahawk. Si tratta di “missili da crociera” come vengono catalogati, il cui significato è da ricercare nell’antica lingua dei pellerossa e sta a indicare l’ascia di guerra, quella stessa che sarebbe più prudente sotterrare invece di brandire con tanta violenza, quando ciò che si ha realmente a cuore è il sentiero di pace.

La Sicilia è dunque una catapulta, un trampolino bellico in mano agli Usa, il box sempre pronto al pit stop dell’esercito americano. Noi siamo l’autogrill dove rifocillarsi tra una scorribanda e l’altra, la meta di passaggio obbligata di miglia di munizioni e armamenti destinati alle grandi manovre dei nostri ingombranti alleati.

Davvero ci possiamo dire sorpresi di essere già ora un bersaglio strategico per i nemici dei nostri gentili ospiti? Quanto salato è il conto che ci stanno addebitando? E il tributo in vite che ci toccherà versare e che abbiamo già iniziato a pagare? Non mi riferisco solo alle vittime di possibili ritorsioni terroristiche sulle nostre città, quanto a quelle centinaia di persone che si ammalano e che muoiono per i tumori e gli altri mali prodotti dal Muos.

Tra qualche mese si procederà al rinnovo del Parlamento Siciliano. Forse, oltre a dividersi sul nulla, a dichiararsi pro o contro alle magagne della nostra politica locale e nazionale, sarebbe il caso di cominciare a eleggere cittadini che abbiano ben chiaro che il futuro di quest’isola dipende anche dalla presenza in Sicilia di un esercito straniero, che con il pretesto di proteggerci, ci sta esponendo a rischi che nessuno di noi ha mai dichiarato di voler correre.

Forse è il caso di affrancare la nostra terra dalla prepotenza del nostro “amico” americano. Nostro alleato sulla carta, nostro pericolo per terra e per mare.

di Adelaide Conti

Abusi sessuali su minori: la vergogna dei caschi blu dell’Onu


Nel corso degli ultimi 12 anni circa duemila denunce di abusi sessuali e sfruttamento sono state rivolte alle forze di pace e ad altri membri del personale Onu, lo riporta un’indagine svolta dall’Agenzia Associated Press (Ap) sulle missioni di pace dell’Onu, la quale segnala anche che la crisi è molto più grande di quanto precedentemente noto. In più di trecento delle accuse sono coinvolti minori, come i bambini di Haiti sottoposti ad abusi sessuali e sfruttamento da 134 caschi blu dello Sri Lanka, ma l’Onu, nonostante le prove schiaccianti, fatica a punire i suoi dipendenti colpevoli.

La lista è molto lunga: sedici missioni che coinvolgono 120mila addetti, centomila tra caschi blu e militari, il resto civili, che sono tenuti a proteggere la popolazione, non a dare prova di machismo, di senso di onnipotenza e razzismo, di mancanza di regole, di abusi di potere che assumono la forma di abusi sessuali. E con la presenza dei militari che facciano la guerra o portino la pace, che siano dell’Onu o della Nato, aumentano gli stupri, la prostituzione e gli abusi sui minori. In Cambogia come in Mozambico, in Bosnia e in Kosovo, in Sudan, nella Repubblica Centrafricana e nella Repubblica Democratica del Congo.

Ad Haiti gli abusi sessuali più recentemente scoperti

Qui sotto il sole dei Caraibi attirare un bambino affamato con uno snack o con pochi spiccioli è un’impresa facile per i 134 peacekeepers della Sri Lanka in missione di pace in Haiti che hanno abusato dei bambini. Ma il prezzo era alto, gli uomini duri dello Sri Lanka volevano sesso da minori di età inferiore ai 12 anni. Non aveva neppure il seno quella bambina che Ap ha chiamato V01, Vittima n.1. Ha detto agli investigatori delle Nazioni Unite che nel corso dei successivi tre anni, dai 12 ai 15 anni, ha fatto sesso con quasi 50 caschi blu, tra cui un “comandante” che le ha dato i suoi 75 centesimi.

La seconda vittima, V02, aveva 16 anni quando la squadra Onu l’ha intervistata, ha riferito che aveva avuto rapporti sessuali con un comandante dello Sri Lanka, descrivendolo come sovrappeso con i baffi e un grande anello d’oro al dito medio. V03 ha identificato 11 soldati attraverso le fotografie. V04 aveva avuto rapporti sessuali con i soldati ogni giorno in cambio di denaro, biscotti o succhi di frutta. Il ragazzo V08 ha riferito di avere fatto sesso con più di 20 soldati dello Sri Lanka. V09 con più di cento peacekeepers in tre anni, una media di circa quattro al giorno.

Secondo la legge haitiana, fare sesso con qualcuno sotto i 18 anni è stupro, inoltre i codici di condotta Onu vietano lo sfruttamento. “Gli atti sessuali descritti dalle nove vittime sono semplicemente troppi per essere presentati in modo esaustivo in questa relazione, in particolare più partner sessuali in vari luoghi in cui i contingenti dello Sri Lanka sono stati dispiegati in tutta Haiti per diversi anni”, riferisce il rapporto. Gli investigatori hanno mostrato ai bambini più di mille fotografie che includevano le immagini di truppe dello Sri Lanka e le posizioni in cui i bambini hanno avuto rapporti sessuali con i soldati.

Delle duemila denunce di abusi sessuali e sfruttamento rivolte alle forze di pace e ad altri membri del personale Onu, solo una piccola frazione dei presunti colpevoli è finita in carcere. Legalmente, l’Onu è in un vicolo cieco. Non ha giurisdizione su forze di pace, lasciando la punizione ai Paesi che forniscono le truppe.

L’Ap ha intervistato presunte vittime, i funzionari e gli investigatori Onu attuali ed ex ed hanno cercato risposte da 23 Paesi sul numero di forze di pace che hanno affrontato queste accuse e quello che eventualmente è stato fatto per indagare. Con rare eccezioni, poche nazioni hanno risposto alle ripetute richieste, mentre i nomi di quelli trovati colpevoli sono mantenuti confidenziali, rendendo impossibile determinarne la responsabilità. Senza un accordo per la riforma diffusa e la responsabilità degli Stati membri dell’Onu le soluzioni rimangono vaghe e sfuggenti.

In Haiti, almeno 134 caschi blu dello Sri Lanka hanno abusato sessualmente di nove bambini, tra il 2004 e il 2007, secondo un rapporto interno dell’Onu, ottenuto da Ap. Sulla scia del rapporto 114 caschi blu sono stati mandati a casa, ma nessuno è stato imprigionato. Nel mese di marzo, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres ha annunciato nuove misure per affrontare gli abusi sessuali e lo sfruttamento da parte delle forze di pace e di altro personale Onu.

Ma l’annuncio suona tristemente familiare: più di un decennio fa, le Nazioni Unite hanno commissionato un rapporto che ha promesso di fare giustizia, ma la maggior parte delle riforme promesse non si è mai materializzata. Ben due anni dopo che sono state fatte quelle promesse, i bambini di Haiti sono stati passati in giro da soldato a soldato. E negli anni successivi, le forze di pace sono state accusate di abusi sessuali in varie parti del mondo.

Un caso particolarmente triste di Haiti riguarda un’adolescente violentata nel 2011 da forze di pace uruguaiane che hanno riservato la stessa sorte a decine di ragazze haitiane, chiamata eufemisticamente “sesso di sopravvivenza” in un Paese dove la maggior parte della gente vive con meno di due dollari al giorno. L’avvocato haitiano Mario Joseph ha cercato di ottenere un risarcimento per le vittime di un ceppo di colera mortale, legato a peacekeeper nepalesi, che ha ucciso circa 10mila persone. Ora, si sta anche cercando di ottenere il mantenimento dei figli per circa una dozzina di donne haitiane lasciate incinte dalle forze di pace.

“Immaginate se le missioni di pace dell’Onu stazionassero negli Stati uniti, e le forze di pace stuprassero i bambini, violentassero le ragazze portando un ceppo mortale di colera che ha ucciso circa 10mila persone come è successo in Haiti nel 2011″, ha dichiarato l’avvocato Joseph a Port-au-Prince.

di Cristina Amoroso

Americani, inglesi e giordani pronti a entrare in Siria


Continua a salire la tensione lungo il confine tra Siria e Giordania. L’intelligence siriana ha riferito che gli Stati Uniti, le forze britanniche e giordane si stanno preparando per una possibile invasione della Siria con il pretesto di combattere l’Isil.

Mezzi militari ammassati presso una base militare giordana sul confine siriano

Secondo i rapporti, Damasco è in allerta dopo che i rapporti dell’intelligence raccolti da droni di sorveglianza hanno scoperto che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e militari giordani stanno preparando una massiccia invasione della Siria.

Quasi 400 veicoli militari americani e giordani sono stati localizzati in una base militare giordana vicino al confine siriano. Da ricordare che non ci sono terroristi dell’Isil nella regione in cui gli Stati Uniti, le forze britanniche e giordane sono operative.

Nei rapporti si evince che le attività di questi tre Paesi sul confine sirio-giordano sono finalizzate a raccogliere le forze arabe e occidentali nel campo di al-Zarqa, in cui sono già operativi 4.500 uomini armati. I mercenari presenti nel campo di Al-Zarqa sono stati addestrati per combattere l’esercito siriano e per formare una cintura intorno la Siria, un piano che non è altro che un’occupazione.

Nei rapporti dei servizi segreti risulta che i convogli militari degli Stati Uniti, della Giordania e della Gran Bretagna possono lanciare un assalto per aiutare i “ribelli” del Free Syrian Army (Fsa) vicino al valico di frontiera di Al-Tanf. Le truppe dell’esercito siriano, in risposta a possibili attacchi da parte degli Stati Uniti e alleati, hanno lanciato un’operazione su larga scala lungo l’autostrada Damasco-Baghdad per cacciare i mercenari del Fsa fuori dal valico di frontiera di Al -Tanf.

All’inizio di questo mese, l’esercito siriano si è spinto verso la regione di Badiyeh al-Sham nella regione di Dara’a per disinnescare il piano congiunto degli Stati Uniti, Gran Bretagna e Giordania per creare una zona cuscinetto in Siria meridionale. Una fonte militare siriana ha sottolineato l’importanza dell’avanzamento delle forze dell’esercito dalla centrale termica Tishrin a Damasco orientale verso regione Badiyeh al-Sham in Dara’a, aggiungendo che i soldati siriani hanno ristabilito la sicurezza nella regione tra Damasco orientale e Badiyeh.

Nel corso le operazioni militari, gli aerei da combattimento e gli elicotteri siriani hanno giocato un ruolo importante nel colpire basi e postazioni dei terroristi nelle regioni vicino a Tal Dakouh e in altre regioni a sud di Dara’a. Queste ultime operazioni hanno costretto l’Isil a ritirarsi.

Precedenti relazioni dei servizi segreti siriani riportano che gli Stati Uniti hanno cercato di stabilire una zona cuscinetto nelle province di Dara’a e Quneitra, per strappare questa zona strategica dal controllo del governo siriano. Negli ultimi mesi, i confini siriani con la Giordania e Israele sono stati teatro di impreviste e imponenti manovre militari.

di Giovanni Sorbello

PREMIO NOBEL PER L'ECONOMIA STIGLITZ, OGGI ALLA NORMALE DI PISA: ''ITALIA ESCA DALL'EURO PER POTERE CRESCERE'' (BOOM!)


Se l'Italia non fosse nell'euro "potrebbe implementare politiche per la crescita". A dirlo, non è il solito euroscettico nazionalista ovviamente xenofobo di destra e a tratti se non del tutto razzista, ma a margine della lectio magistralis per il conferimento di un dottorato dal Sant'Anna di Pisa, il premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz.

"Un grosso problema dell'Italia - prosegue Stiglitz - e' un sotto investimento nell'istruzione in particolare nel sistema di istruzione di livello universitario". Ad avviso di Stiglitz si crea cosi' "una situazione nella quale i ricercatori vanno all'estero e negli Stati Uniti e non tornano, ma il costo dell'istruzione e' stato pagato dall'Italia".

Il premio Nobel mette nel mirino anche gli anni di governo della coalizione guidata da Berlusconi: "Il Paese ha perso molti anni sotto il governo Berlusconi". A chi gli chiede, invece, un giudizio sulle politiche economiche del governo Renzi, Stiglitz schiva dicendo: "Non conosco ogni dettaglio per intervenire nella discussione politica".

E il valente economista attacca anche Mps: "Quando siamo in una situazione di crisi, come con Mps o come negli Usa nel 2008, penso che banche e depositi debbano essere salvati, ma anche che debba valere un principio di 'accountability', che implica che manager e banchieri siano responsabili dei disastri che hanno fatto. Nel caso di Mps questo vale pure per i politici".

Tradotto in parole povere, dovrebbero essere processati anche i capi a vari livelli del Pd, partito che da sempre è il dominus di Mps, additittura da 40 anni.

E Stiglitz continua così: "Nel caso degli azionisti e degli obbligazionisti e' naturale che soffrano una perdita anche se siamo consapevoli che in Italia c'e' stato un problema specifico, ovvero gli istituti di credito hanno fatto sottoscrivere obbligazioni senza informare di cosa si trattava". Pertanto, evidenzia, Stiglitz "sono favorevole a salvare il sistema finanziario italiano, ma deve valere l'accountability per manager e azionisti".

E Stiglitz attacca anche il ministro delle Finanze tedesco, Schaeuble: "L'Unione monetaria, come ogni unione o accordo monetario puo' finire, niente e' per sempre. Fa parte del lavoro dei ministri delle Finanze e dei politici dire che l'euro non finira' mai, perche' potrebbero creare delle situazioni di panico e questo potrebbe portare a dei processi irreversibili". 

Per Stigltz, quindi, i politici lo sanno, ma tacciono e dicono piuttosto il contrario, per la paura che la valanga travolga non solo l'euro, ma anche le elite a cui appartengono e che l'euro hanno imposto alle nazioni dell'eurozona. 

"Lo stesso Schauble dichiaro' che la Grecia avrebbe potuto lasciare l'euro - ha aggiunto Stiglitz -. Puo' succedere che qualcuno lasci l'euro e, se questo avverra', ci sara' un'area con un Paese in meno". Il premio Nobel lancia un monito al ministro delle Finanze tedesco: "La persona piu' importante perche' l'euro possa sopravvivere e' lui: dovrebbe accettare di cambiare le regole per riportare la prosperita' in Europa".

A domanda diretta sull'opportunita' che sia proprio l'Italia ad abbandonare la moneta unica, l'economista americano rileva: "Spero che questo sia un buon momento con Macron in Francia, e auspico che, con l'attuale governo in Italia, convinca la Germania e altri Paesi del Nord Europa a riformare le regole europee. Penso che con delle regole giuste l'euro possa funzionare, perche' non c'e' un problema economico, ma politico, relativamente alla volonta' della Germania e degli altri Paesi nordici di riformare o meno le regole". 

Per regole, Stiglitz intende la creazione degli eurobond, e quindi la condivisione del debito tra tutti gli stati dell'eurozona, e la cancellazione del fiscal compact che produce unicamente crisi economica, e quindi una vasta politica di investimenti pubblici in modo da creare lavoro, dato che la piaga più grave causata dall'euro è la disoccupazione di massa, che secondo i dati che la stessa Bce ha divulgato ieri, nell'eurozona è arrivata al 18,5%. Ma queste nuove regole che Stiglitz vorrebbe per l'eurozona sono quanto di peggio potrebbe accadere, secondo la Germania. 

Ecco perchè il premio Nobel per l'Economia Stiglitz consiglia all'Italia di uscire dall'Euro. E lo ha fatto oggi, a Pisa, nella più prestigiosa università italiana, la Normale.

Redazione Milano




DEPUTATO OLANDESE CHIEDE A DRAGHI: SE L'OLANDA ESCE DALL'EURO, LA BCE CI RENDE 100 MILIARDI? E LUI: SCORDATEVELI



La notizia come come sempre accade in Italia quando è "scomoda" ovvero contraddice il pensiero unico a sinistra che pretende di imporre l'idea che la Ue sia paradisiaca e l'euro la manna caduta dal cielo sull'Italia e come tale una meraviglia di cui essere grati in eterno ai banchieri e ai politici Pd che ne sono stati gli artefici (vedi alla voce governo Prodi con Veltroni capo degli allora Ds oggi pd) è stata totalment censurata, a parte un blog di qualità qual è Voci dall'estero.

Eppure, è rilevantissima. E ne scrive ad esempio il britannico Daily Express, oltre che tutta la stampa olandese e buona parte di quella tedesca.

Cosa è accaduto? Semplice: il fondatore e leader della formazione politica Forum per la Democrazia, Thierry Baudet, ha chiesto ufficialmente a Mario Draghi durante un dibattito al Parlamento olandese al quale stava facendo visita Draghi, se l’Olanda rientrerebbe in possesso dei 100 miliardi di euro di crediti dalla BCE, in caso di uscita dall’euro.

Mario Draghi ha risposto seccamente in modo lapidario che "l’Olanda non riavrebbe i soldi indietro" e questo ha creato un momento di tensione notevole sia tra i due che fra tutti i presenti. alla discussione, ripetiamo, dentro il parlamento dell'Olanda e non durante una qualsivoglia tavola rotonda d'economia e finanza.

Thierry Baudet ha iniziato il suo intervento citando un documento che trascriveva letteralmente quanto aveva dichiarato Mario Draghi mesi fa, quando disse che se l’Italia dovesse lasciare l’eurozona, dovrebbe restituire il saldo negativo che ha attualmente all’interno del sistema target2.

Thierry Baudet è intervenuto di fronte a Draghi in Aula dicendo: “Dal momento che noi, l’Olanda, abbiamo un credito netto di circa 100 miliardi di euro con la Bce, stando alle sue stesse parole questo significa che, nel caso scegliessimo di lasciare l’eurozona, il che è uno dei punti fondamentali del programma del mio partito, dovremmo ricevere indietro 100 miliardi di euro dai paesi del sud dell’eurozona, secondo lei?”.

Ma il presidente della BCE ha subito risposto, quasi interrompendo l'intervento di Baudet dicendo che i paesi che escissero dall'euro non potrebbero ricevere indietro i soldi.

Draghi h detto esattamente: “Lasci che le risponda nello stesso modo in cui ho risposto a domande simili al Parlamento Europeo. L’euro è irrevocabile, e questo è nei trattati. Non farò speculazioni su ipotesi che non hanno possibilità di avverarsi alla luce degli attuali accordi. Inoltre, l’euro è stato un successo per l’eurozona e specialmente per i paesi come l’Olanda”.

E Thierry Baudet per niente soddisfatto della risposta ha contestato il concetto che l’euro sia stato benefico per l’Olanda: “Possiamo non essere d’accordo sui meriti dell’euro, e la mia opinione è che nei paesi al di fuori della UE la situazione economica sia significativamente migliore. Ma una cosa non va bene: lei ha detto di non voler fare speculazioni sulla possibilità che l’eurozona si disgreghi. Ma questo è esattamente quello che lei ha fatto quando, a gennaio 2017, ha detto che ‘se l’Italia dovesse lasciare, allora dovrebbe saldare il conto’. Lei stava quindi facendo speculazioni riguardo alla possibile rottura dell’eurozona, e non sarebbe onestà intellettuale da parte sua usare i medesimi principi sull’ipotesi che fosse l’Olanda ad andarsene?”

Il presidente della BCE, visibilmente innervosito anche perchè mai accade che qualcuno nelle conferenze stampa a Francoforte della Bce ponga domande e faccia contestazioni spiazzanti come questa del leader del Forum per la Democrazia, ha ribadito che non avrebbe fatto ulteriori speculazioni, prima di ripetere che "la BCE ha portato benefici all’Olanda, e di sottolineare la sua importanza all’interno del mercato unico".

Nel merito, ovviamente, Draghi non poteva smentire sè stesso e quindi ha taciuto. Thierry Baudet ha replicato con una aperta contestazione a Draghi dichiarando: “Vedremo allora se lei ha ragione”.

La questione sollevata da Baudet è tutt'altro che secondaria. Infatti, la Bce ha minacciato l'Italia e in particolare i leader dei partiti no-euro avverdendo che se davvero portassero il Paese fuori dall'euro l Bce sarebbe prontissima a farlo fallire accampando il presunto diritto di "farsi restituire in eruo" e non nella nuova valuta nazionale, nel caso, la lira, l'importo dei titoli di stato acquistati a piene mani dalla stessa Bce su sua decisione autonoma. Detto in breve, un vero e proprio ricatto.

Redazione Milano




09 maggio 2017

NOTIZIA CENSURATA IN TUTTA LA UE / PETIZIONE TRANSNAZIONALE PER FAR DIMETTERE JUNCKER (FIRMA ANCHE TU ON LINE)



LONDRA - Probabilmente nessuno in Italia ha mai sentito parlare di Jacques Nikonoff e la cosa non deve sorprendere visto che in Italia tutte le notizie che lo riguardano sono state completamente censurate.

Per chi non lo sapesse, questo signore e' un economista che insegna a Parigi VIII ed ha acquisito notorieta' per via della sua petizione in cui chiede le dimissioni per presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker.

La petizione e' relativa al ruolo che Juncker ha avuto nella gigantesca evasione fiscale che ha avuto luogo in Lussemburgo quando era presidente del consiglio e che ha coinvolto società finanziarie di mezzo mondo, alle quali Juncker ha fatto ottenere monumentali evasioni fiscali.

Come molti sanno in passato molte multinazionali hanno firmato degli accordi con l'ufficio delle tasse del Lussemburgo permettendo loro di evadere centinaia di milioni di euro di tasse e tali accordi hanno danneggiato diversi stati visto che le società che hanno firmato questi accordi hanno omesso di pagare tasse nei paesi dove avevano la loro residenza legale.

Juncker viene chiamato in causa perche' non solo era a conoscenza di questa evasione, ma non ha fatto nulla per fermarla e per tale motivo questa petizione ne chiede le dimissioni in quanto non idoneo a ricoprire l'incarico di presidente della commissione.

Se Juncker rifiuta di dimettersi allora dovrebbe essere la commissione europea a licenziarlo come successe nel 1999 quando l'allora presidente Jacques Santer fu costretto alle dimissioni.

Al momento sono piu' di 83mila coloro che hanno firmato questa petitione ma questo numero sarebbe ancora piu' alto se i mezzi di informazione informassero la gente della sua esistenza.

Noi abbiamo deciso di farlo e invitiamo tutti i nostri lettori ad andare su questo sito e firmare:

https://www.change.org/p/eu-commission-juncker-doit-partir

Arrivare a 150mila firme e' facile e piu' persone firmano piu' alte sono le possibilita' che questo ubriacone possa essere mandato a casa.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra

L'ISLANDA FUORI DALLA UE E SENZA L'EURO VA A GONFIE VELE E LA SUA MONETA SI RIVALUTA DEL 21% SULLA MONETA UNICA EUROPEA



LONDRA - Quando l'Islanda ha deciso di rimanere fuori dalla UE molti sedicenti commentatori hanno accusato il paese scandinavo di essersi tirato la zappa sui piedi ma ancora una volta i fatti dimostrano che si sbagliavano, e di grosso.

Infatti proprio in questi giorni e' emerso che la corona islandese e' la moneta che ha avuto quest'anno la migliore performance del mondo e il suo valore rispetto alle altre valute continua a crescere. A causare questo apprezzamento sono la crescita economica dell'economia islandese, un boom nel settore turistico e gli altri rendimenti dei titoli islandesi.

Per capire il livello di tale apprezzamento basti pensare che in un anno la corona islandese si e' apprezzata del 21% rispetto all'euro e del 15% rispetto al dollaro mentre da marzo 2017 l'apprezzamento rispetto a euro e dollaro e' stato rispettivamente del 4 e del 6,4%.

Jon Bjarki Bentsson, economista alla Islandsbanki, a Bloomerg ha dichiarato che l'abolizione del controllo sui capitali all'inizio ha portato un po' di volatilita' ma poi ha causato un apprezzamento che e' destinato a continuare per tutta l'estate 2017 e la ragione principale e' stata un'affluenza record di turisti le cui entrate hanno compensato il deficit delle partite correnti in altri settori.

A tale proposito e' importante ricordare che quest'anno l'Islanda ha attratto un milione e ottocento mila turisti, un amento del 40% rispetto al 2015 i quali hanno speso la bellezza di 212 milioni di dollari.

Ad attirare i turisti sono stati la possibilita' di vedere le aurore boreali nonche' l'opportunita' di vedere i luoghi in cui e' stata girata la serie di successo Game of Thrones e il successo del settore turistico e' tale che il governo sta pensando di istituire una speciale tassa.

Questi dati dimostrano che la crisi del 2008 e' oramai un ricordo tant'e' che nel quarto trimestre l'economia e' cresciuta rispetto all'anno precedente dell'11,3% mentre nel terzo trimestre e' cresciuta del 9,6%, dati che i paesi dell'euro e in particolare l'Italia possono solo sognare.

A tale proposito non e' un caso che questa notizia, riportata da Russia Today, e' stata completamente censurata in Italia perche' demolisce le menzogne che i politici continuano a ripetere sul successo dell'euro. Che viceversa è un fallimento. L'euro ha portato disoccupazione di massa in molte nazioni dell'eurozona, a iniziare da Italia, Grecia, Portogallo e non ultima la Spagna, e ha provocato un forte impoverimento dei cittadini oltre che un aumento arrivato a livelli folli delle tasse.

Cio' che sta succedendo all'Islanda dimostra invece cosa succederebbe all'Italia se uscisse dall'euro e dalla UE e per tale motivo abbiamo riportato questa notizia perche' vogliamo che gli italiani conoscano la verita'.


GIUSEPPE DE SANTIS

IL PIROETTONE DEL BISCHERO


IL SALTO DELLA QUAGLIA.

PRIMA: 

"Un'ora e mezza di vertice all'Eliseo poi rientro a Roma in serata. Una cena "informale" con anche il primo ministro francese Manuel Valls. Quest'ultimo, al termine dell'incontro ha scritto su Twitter: "Con Matteo Renzi, Francia e Italia sono unite e determinate ad agire insieme per l'avvenire dell'Europa". Valls pubblica una foto dell'odierno colloquio tra Renzi e il presidente Francois Hollande, a cui partecipava anche lui. Nel corso dell'incontro all'Eliseo, i tre hanno evocato la questione del Brexit in vista del vertice di lunedì con Angela Merkel e il summit europeo di martedì a Bruxelles. Serata francese dall'amaro sapore di Brexit, quindi, per il presidente del Consiglio Matteo Renzi arrivato a Parigi nel tardo pomeriggio e accolto con un abbraccio dal padrone di casa, il presidente francese Francois Hollande. I tre seduti intorno a un tavolo per discutere del risultato shock del referendum sull'uscita del Regno Unito dall'Ue in una cena di lavoro in salsa europeista. Incontro di preparazione, viene ritenuto, in vista dell'incontro a tre con la cancelliera tedesca Angela Merkel in programma per lunedì pomeriggio a Berlino, e il successivo vertice Ue di martedì e mercoledì a Bruxelles". (Dal quotidiano La Repubblica del 25 giugno 2016) 

DOPO:

"Scambio di felicitazioni" tra Matteo Renzi ed Emmanuel Macron. A quanto si apprende da fonti del Partito Democratico, il segretario del Pd si e' congratulato nella serata di ieri "per lo straordinario risultato elettorale" con il Presidente francese, il quale ha ricambiato l'amicizia e gli auguri di buon lavoro.

"Avanti insieme per fermare populismo e costruire una nuova Europa. A Parigi con Emmanuel Macron, a Roma con Matteo Renzi #EnMarche #incammino". Lo scrive su twitter Ettore Rosato, presidente dei deputati del Partito Democratico. 

CHE SCHIFO. RENZI RIESCE A TRADIRE PERFINO SE' STESSO.

Max Parisi

HA VINTO MACRON, MA GOVERNERANNO I REPUBBLICANI, CENTRODESTRA (MENO PROBABILE L'ESTREMA SINISTRA). TUTTI, MENO CHE LUI.



PARIGI - La sinistra francese, scrive il quotidiano "Le Monde", e' gia' scesa sul piede di guerra contro il neopresidente Macron: in diverse citta' in Francia sono scoppiati incidenti, ieri sera subito dopo l'annuncio della sua vittoria elettorale, tra simpatizzanti della sinistra e forze dell'ordine. Da parte sua il leader della sinistra Jean-Luc Melenchon, che al primo turno delle presidenziali è arrivato quarto con quasi il 20 per cento dei voti alla testa della coalizione "France insoumise" ("Francia non-sottomessa"), ha attaccato Macron definendolo come "il nuovo monarca presidenziale" ed il suo programma come "la guerra contro i diritti acquisiti", per di piu' intriso di "irresponsabilita' ecologica".

"Non siamo condannati a questo", ha dichiarato Melenchon: "Dopo il voto del rifiuto e della paura nei confronti del Front national di Marine Le Pen, e' ora il momento di una scelta positiva" ha detto facendo appello ai 7 milioni di elettori che lo hanno votato al primo turno presidenziale perche' "restino uniti" in vista delle elezioni parlamentari dell'11 e del 18 giugno prossimi.

Ma più di tutti, e' il Partito socialista quello che si trova maggiormente a mal partito dopo la vittoria di Macron alle presidenziali. Domani martedi' 9 maggio si riunira' l'ufficio politico del Ps per avviare la campagna in vista delle elezioni parlamentari dell'11 e 18 giugno prossimi; ma l'atmosfera e' tetra dopo la rotta subita al primo turno delle presidenziali il 23 aprile scorso in cui il candidato socialista Benoit Hamon ha ottenuto appena il 6 per cento. Per di piu' il Ps e' profondamente diviso: mentre il segretario nazionale Jean-Cristophe Cambadèlis vorrebbe trattare l'adesione del partito alla futura maggioranza parlamentare del neo presidente eletto, da un lato c'e' chi e' gia' passato armi e bagagli nel movimento "En Marche!" di Macron che di fatto ha imbarcato buona parte della nomenclatura socialista di Hollande e Valls e poi ci sono gli esponenti della sinistra socialista, come lo sconfitto Hamon, che sognano invece una "unione delle sinistre" in grado addirittura di conquistare la maggioranza assoluta all'Assemblea Nazionale, unendosi a Melechon. Cosa che rafforzerebbe non poco il fronte della sinistra post comunista portandolo vicino al 30% nazionale.

Sul fronte del centrodestra, invece, escluso per la prima volta nella storia dal secondo turno di ballottaggio delle elezioni presidenziali, i Repubblicani lavorano per la rivincita in occasione delle elezioni parlamentari dell'11 e del 18 giugno prossimi: dopodomani mercoledi' 10 l'ufficio politico del partito si riunira' per mettere a punto la strategia del "terzo turno" della maratona elettorale francese. L'obbiettivo, come ha dichiarato a caldo il senatore Lr Francois Baroin, e' di ottenere in coalizione con i centristi dell'Udi la maggioranza assoluta all'Assemblea Nazionale, privando cosi' il neo eletto presidente Emmanuel Macron di una propria base parlamentare e sottraendo all'estrema destra del Front national di Marine Le Pen l'ambito ruolo di principale forza di opposizione di destra. L'bbiettivo è certamente alla portata, secondo più sondaggi che danno i Repubblicani tra il 35 e il 45%.

"Una vittoria ampia ma fragile" titola il quotidiano cattolico "La Croix", che ricorda come una parte consistente del sostegno a Macron sia arrivato da elettori che non ne condividono affatto il programma ma hanno votato per lui solo per sventare la minaccia del Front national. "Non ci sara' nessuna luna di miele" per Macron, prevede anche il quotidiano comunista "L'Humanite'", che annuncia "una nuova lotta" in vista delle elezioni legislative di giugno: "Un appuntamento importante per mettere i bastoni fra le ruote" ad un presidente "eletto senza entusiasmo". All'appuntamento di giugno guarda anche "L'Opinion", secondo cui Macron dovra' cercare di sfruttare lo slancio per "costruirsi una vera e solida base parlamentare". "Vincere le presidenziali, alla fine per Macron sara' stato la cosa piu' facile", riassume "Le Journal de la Haute-Marne": "Riuscire ad avere un Parlamento che appoggi le sue politiche sara' molto piu' arduo per un uomo che si e' proclamato ne' di destra ne' di sinistra ma che per governare avra' bisogno di entrambe e dovra' accontentare entrambe". In pratica, una marionetta i cui fili saranno tirati di volta in volta dai partiti che formeranno il governo. 

Redazione Milano.




30 aprile 2017

Chomsky: “Stati Uniti la più grande minaccia per la pace nel mondo, non l’Iran”


Redazione 

Il mondo è concorde. Non è l’Iran la più grande minaccia per la pace nel mondo, ma gli Stati Uniti. Da tempo lo sostiene Noam Chomsky, il dissidente politico di fama mondiale, linguista, autore di un centinaio di libri, professore emerito presso il Massachusetts Institute of Technology, dove ha insegnato per più di mezzo secolo. Nel corso dei primi 75 giorni dell’Amministrazione Trump, la Casa Bianca ha imboccato più passaggi per aumentare la possibilità di una guerra degli Stati Uniti con l’Iran. Trump ha incluso il Paese del Golfo in entrambi i divieti di viaggio per i Paesi musulmani. Come candidato alla presidenza, Trump ha minacciato di smantellare l’accordo nucleare con l’Iran.

A settembre del 2015, in un discorso alla New School di New York, Noam Chomsky, spiegando il motivo per cui egli riteneva gli Stati Uniti la più grande minaccia alla pace nel mondo, parlava degli Usa come di “uno Stato canaglia, indifferente al diritto e alle convenzioni internazionali, con il diritto a ricorrere alla violenza a volontà”. In questi giorni in uno show televisivo, Democracy Now, condotto dal giornalista Juan González, Chomsky ha ripreso il tema dei rapporti statunitensi con l’Iran, sulla questione: “Perché gli Stati Uniti insistono su come impostare le potenziali cause di guerra con l’Iran?”.

E’ una vecchia questione che va avanti da molti anni. Proprio nel corso degli anni di Obama, l’Iran è stato considerato come la più grande minaccia alla pace nel mondo. “Tutte le opzioni sono aperte”, frase di Obama, che significa, se vogliamo usare le armi nucleari, siamo in grado, a causa di questo terribile pericolo per la pace. I motivi di preoccupazione vengono articolati molto chiaramente e ripetutamente da alti funzionari e dai commentatori negli Stati Uniti.

Ma esiste un mondo là fuori che ha le sue opinioni, che sono facilmente rintracciabili da fonti standard, come la principale agenzia di sondaggi statunitense; la Gallup che raccoglie sondaggi regolari di opinioni internazionali. Alla domanda: quale Paese pensi sia la più grave minaccia per la pace nel mondo? La risposta è inequivocabile: gli Stati Uniti con un margine enorme, rispetto agli altri Paesi. Molto distanziato il Pakistan, gonfiato sicuramente dal voto indiano. Ancora più distanziato l’Iran, appena accennato. Questa è una di quelle cose che non vanno dette, infatti i risultati che si trovano nella principale agenzia di sondaggi statunitense, non vengono riportati in quella che chiamiamo stampa libera.

Allora, perché l’Iran viene considerato la più grande minaccia alla pace nel mondo?

La risposta ci viene – afferma Chomsky – da una fonte autorevole di un paio di anni fa, la comunità di intelligence che fornisce valutazioni periodiche al Congresso sulla situazione strategica globale. Al centro del loro rapporto, naturalmente, c’è sempre l’Iran con relazioni abbastanza coerenti. Riferiscono che Teheran ha spese militari molto basse, anche per gli standard della regione, molto più basse dell’Arabia Saudita, di Israele e di altri Paesi. La sua strategia è di difesa. Vogliono scoraggiare gli attacchi abbastanza a lungo, perché siano trattati dalla diplomazia. La conclusione dell’intelligence, che è di un paio di anni fa, é la seguente: “Se si stanno sviluppando armi nucleari, che noi non conosciamo, sarebbero parte della loro strategia di dissuasione”.

Ora, quale è il motivo per cui gli Stati Uniti e Israele sono ancora più preoccupati per un deterrente?

Chi è preoccupato per un deterrente? Coloro che vogliono usare la forza. Coloro che vogliono essere liberi di usare la forza sono profondamente preoccupati per un potenziale deterrente. Quindi, “Sì, l’Iran è la più grande minaccia alla pace nel mondo, potrebbe scoraggiare il nostro uso della forza”, conclude Chomsky.

di Cristina Amoroso

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